La scelta della periferia

L’appuntamento è lì, davanti all’acquedotto. Insomma, a casa sua. Sotto quegli archi don Roberto Sardelli ha vissuto per anni insieme ai suoi ragazzi e ai loro genitori, i baraccati dell’Acquedotto Felice. Cacciato via dalla parrocchia ufficiale, san Policarpo, don Roberto ha scelto di vivere lì, in mezzo a loro, fratelli che avevano bisogno di attenzione. E di scuola. Non di campi di calcio, non di divaghi: avevano bisogno di scuola i bambini delle baracche, perché nelle scuola di stato erano umiliati e relegati nelle terribili, per fortuna dimenticate, differenziali, o peggio, nelle pluriclassi: ghetti abbandonati da tutti, anche dai loro insegnanti, perché sui baraccati e sui poveri gravava un pesante stigma razzista: gente perduta. E senza scuola perdersi è più facile, soprattutto se si vive in un luogo nascosto, in case che non sono case, senza luce, senza acqua, senza riscaldamento, in mezzo all’umido e alla vergogna.

Non è vero che fosse gente perduta: in quell’umanità dolente e rabbiosa, ricorda don Roberto – convocato a narrare da Cantiere della Memoria, progetto di Alter cities, che coinvolge quattro città: Parigi, Berlino, Roma e Istanbul, ideato da Fernanda Pessolano (Ti con Zero), Giulia Fiocca e Maria Morhart – c’era una umanità ricca di solidarietà e di fraternità. Come quella di Rita, prostituta di lungo corso, precedente proprietaria della baracchetta in cui si è installato don Roberto con la sua Scuola 725. Una donna “con una montagna di dignità”, ricorda: “Quando morì Clelia, anziana abbandonata da tutti, le donne si diedero il cambio al suo capezzale, anche Rita. E quando morì e bisognava vestirla (non c’era nulla di adatto in quella baracca umida e piena di stracci), ci pensò lei, portò uno dei suoi vestiti migliori. Il funerale lo facemmo qui, nonostante il vescovo avesse detto che questo non era un luogo dignitoso. Dissi messa, i bambini raccolsero i fiori nei campi, a salutare Clelia c’erano tutti”.

 

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C’erano operai, tra le baracche, gli edili: qualcuno leggeva i libri di Gramsci. C’erano prostitute, anche, la grande baracca dei trans, che quando furono date le case al borghetto rifiutarono. C’erano i bambini che morivano di broncopolmonite. Non era il luogo della criminalità. C’era una umanità composta, per lo più contadini che venivano dai paesini d’Abruzzo, ma anche sardi, veneti, piemontesi. Si litigava, certo, ma poi si trovava un accordo. Nel caso ci si aiutava con generosità, in soldi, oggetti e tempo, un gruppo umano unico. Si commuove, a tratti, don Roberto, ricorda la prima messa di Natale. “Non volevo dire messa, volevo offrire alla gente la mia scelta, la scuola, non la fede. Ma poi mi hanno chiesto: è la sera di Natale, hanno detto. Mentre mi vestivo venne Pina, indicando delle finestre: e lì non ci va nessuno? Era la casa dei travestiti. Andai. La messa, poi, la facemmo in una grotta, una grande grotta vuota”.

Se c’erano problemi? Certo, quello della casa prima di tutto. Si manifestava in piazza, all’epoca, si occupavano case, si facevano sit in in Campidoglio. C’era un movimento per la casa forte, e alla fine, una volta vinte le elezioni dalla sinistra, si fecero anche le case, sparì il borghetto. E don Sardelli lì a trattare, a controllare, a verificare: Purtroppo, dice, ci hanno sparpagliati da per tutti, non hanno tenuto conto del nostro essere comunità.

La scuola, però, è servita. I ragazzi hanno studiato, alcuni oltre l’università. Le regole erano ferree: nessuno si doveva isolare, ognuno doveva insegnare agli altri quello che sapeva, aiutare i compagni. E bisognava dire la verità: nessuno doveva mentire, nascondere il fatto di essere “uno delle baracche”. Quando, dopo un anno di lavoro lento e faticoso, finalmente dalla scuola 725 uscì la “Lettera al sindaco” (era il 1968), scoppiò come una bomba. Diceva, tra l’altro: “La politica è l’unico mezzo umano per liberarci. I padroni lo sanno bene e cercano di addormentarci. Ci portano il vino, la televisione e i giradischi, macchine e altri generi di oppio. Noi compriamo e consumiamo. Serviamo ad aumentare la ricchezza padronale e a distruggere la nostra intelligenza”.

Ho avuto la fortuna di conoscere don Milani, racconta don Roberto, e “mi si è aperta una possibilità”. Una strada lunga, ricca. Uno dei primi scontri con la parrocchia fu sulla politica: “Fai politica, mi accusavano. E sì, non si può omettere la riflessione politica. Bisogna capire il perché delle cose, chi sono i responsabili. Stare dalla parte dei senza voce e esigere giustizia con loro”. La scuola serve anche a questo, a uscire dall’ingiustizia, a dare il senso dell’uguaglianza. A far crescere la coscienza, fin dall’asilo nido. Dà fastidio? Disturba? Magari, sorride don Roberto: “Se la scuola non disturba, non serve. Non serve se non insegna a scrivere e a dire l’ansia di giustizia. Se la geografia non tiene conto delle lotte (anche per questo noi studiammo il Vietnam, all’epoca c’era l’aggressione americana, e lo ricordammo con un fiammeggiante murale). Non serve se si limita a ricordare, come quando si studia una storia lontana e indifferente. Il ricordo non è memoria. Solo la memoria è la guida che fa entrare il passato nell’oggi. Cultura, coscienza, verità”.

La brutta Padania

È un catalogo del brutto, un elenco fotografato con cura degli orrori del territorio padano. Un pesante tomo che evidenzia, meglio non si potrebbe fare, i guasti della commistione di scatenata iniziativa privata e dissennatezza delle grandi opere pubbliche. La Padania, lo sappiamo, non esiste, storicamente né culturalmente. Ma negli ultimi 50 anni si è costruita, ha preso forma. La trovate qui, in questo libro fotografico ragionato, Padania classic. L’Atlante dei Classici Padani, pubblicato da Krisis Publishing grazie a un riuscito crowdfunding (chi la cerca può ordinarla qui, e c’è anche un omonimo sito aggiornato continuamente). La dimostrazione di un “dissesto psicoinfrastrutturale”, la presenta Wu Ming 1 in uno degli ultimi incontri di Festivaletteratura di Mantova.

Piemonte, Lombardia, Veneto, una macroregione che ha in comune lo spreco del suolo, la mostruosità degli esiti, la sostituzione di un antico paesaggio rurale in grandi forchettate di svincoli e rotonde, discariche e inceneritori, capannoni più o meno utilizzati. «E intanto il cancro della cementificazione inutile e brutta cresce – incalza lo scrittore Wu Ming 1, che dal canto suo sta lavorando da tempo su territorio e conflitto in Val di Susa – anche perché una grande opera non è solo uso di quel particolare territorio. Come una goccia d’inchiostro su carta assorbente una grande opera dilaga, cambia il traffico, gli spazi intorno. Crea nuove necessità, esige nuove strade, suggerisce nuovi centri commerciali. Se non sapremo difendere quel che è rimasto ci condanneremo a vivere tra le macerie. E la macroregione sarà il carcere dell’anima».

cementificazioneL’autore del progetto, Filippo Minelli (che ha cofirmato il lavoro con Emanuele Galesi), ha passato tre anni a fotografare il brutto, e altri due a redarre il libro: «Questa bulimia cementizia è recente – nota – dagli anni ’60 a oggi. Ma ha già mutato profondamente il suolo con un incredibile cambio architettonico, omologato ai peggiori esempi delle periferie del mondo, complice una deregulation totale. La parola chiave per attuare il dissesto psicostrutturale è stata “polifunzionale”, centri commerciali, artigianali, abitativi, tutto insieme, le colonnine doriche e i nani da giardino, mega scheletri iniziati e abbandonati, la pubblicità dei compro-oro e dei centri massaggi ammiccanti, una Las Vegas opulenta e insieme miserabile. Nel paesaggio, una volta, si specchiava la comunità, ora solo l’individualità, il potere e l’ostentazione del denaro, il vuoto culturale. Su questa perdita d’identità la Lega ha incistato una identità inventata, con riti druidici e acque del Po. Sotto c’è il disastro delle grandi opere pubbliche e delle piccole private azioni quotidiane».

Cosa ci vuole a tirare su un capannone? Semplice, modulare, può essere modificato alla bisogna, e comunque crea valore, il fido in banca; che poi sia utile è davvero superfluo. E intanto si cementifica, si tombano i corsi d’acqua, si riempie un “vuoto” che invece è pieno di campi e prati. Un’ossessione che ha trasformato il territorio in un orrendo blob di asfalto e cemento e cartelloni pubblicitari di qualsiasi cosa. Piscine poggiate sul prato. Lacerti cementizi. Transenne edilizie abbandonate. Senza alcun senso.

Ne risulta un paesaggio pazzesco, se lo si guarda davvero. Perché spesso lo sguardo cancella il non finito, l’orribile, il cattivo gusto, il cervello non li registra. Questo libro obbliga a guardare, invece. Un esempio? Le palme. Un tempo Leonardo Sciascia l’aveva segnata sullo stivale, la capacità delle palme da datteri di attecchire sempre più a nord, metafora della capacità invasiva della mafia. Ma qui, nella macroregione, le palme di sono davvero, e da per tutto. Invece della fragile palma da datteri mediorientale, la più robusta Trachycarpus fortunei, origine asiatica e foglie a ventaglio. E’ da per tutto, basta farci caso: nell’aiola del comune e nel giardino privato, davanti alla sede aziendale o al centro della rotonda. A volte addirittura sfacciatamente finta, di plastica rossa, o luminosa. Un’ossessione, l’emblema vero e vuoto della Padania.

 

Questo articolo è stato pubblicato anche su Succede oggi

Lidl, il vincolo retrattile

Sembrava una vicenda piccola piccola. Invece, come da un pozzo senza fondo, dalla Lidl di via Acqua Bullicante continuano a emergere sorprendenti fatti. Eccone alcuni.

Il vincolo “Ad duas lauros”, innanzitutto. Abbraccia un’area vasta, venne apposto nel 1995 dopo studi e analisi accurate dalla Soprintendenza archeologica di stato – allora la dirigeva Adriano La Regina – per la “compresenza” in un “ambito territoriale caratterizzato da importanti evidenze archeologiche”, “di valori storici, paesistici o ambientali”. Scriveva La Regina sul manifesto “a ridosso della via Labicana, restano, nel tratto che attraversa l’antico suburbio, ciò che fu la campagna romana, zone di grande interesse storico e ambientale ancora non pesantemente occupate dai quartieri moderni che ora vi gravitano”; “questa parte di Roma ha nel patrimonio archeologico e nei caratteri storici ed ambientali l’unica vera e grande possibilità di riscatto dalle condizioni di anonimato in cui versa”. E ancora, “Fonti antiche di tradizione manoscritta ed iscrizioni forniscono una messe straordinaria di dati per la storia di questa parte del suburbio romano”.

Già, ma quindici anni dopo, i prati e il verde sono già erosi, pezzetto dopo pezzetto, progetto dopo progetto. Un pezzetto di quel verde prezioso è anche quel lembo di terra che oggi ospita il discount Lidl, nonostante già dal primo insediarsi del cantiere gli abitanti, organizzati nel coordinamento No cemento a Roma Est, abbiano fatto tutto quello che potevano per fermare l’abbattimento degli alberi prima, la cementificazione dell’area poi. Picchetti, volantinaggi, manifestazioni, presidi, e anche ricorsi al Tar e alla Procura.

E per fortuna. Così si viene a sapere che nel 2006 ci fu accertamento dei vigili urbani proprio lì, in un capannone artigianale, per abuso edilizio. In quell’occasione, era il 2006, i vigili interpellarono la Soprintendenza archeologica per capire se quella particella rientrasse appunto nel vincolo “Ad duas Lauros”. La funzionaria Buccellato predispose un sopralluogo e al termine degli accertamenti il soprintendente Angelo Bottini dichiarò nettamente che quell’area “è da ritenersi inclusa nel perimetro del Dm citato. Si fa rilevare che per un errore grafico, nella planimetria allegata al decreto, la particella risulta esterna alla perimetrazione, ma che tuttavia deve ritenersi inclusa in quanto fa fede la descrizione letterale dei confini così come enunciato nel Dm 21/10/95”. Traducendo dal burocratese: sì, quell’area è compresa nel vincolo, anche se c’è un errore nella mappa che va corretto perché quel che conta è il testo del vincolo.

 

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La mappa non è stata corretta. Passa il tempo, compare l’interesse della Lidl a costruire una sua filiale e, di nuovo interpellata dalla conferenza dei servizi, la Soprintendenza cambia di segno: no, l’area non è compresa nel vincolo, si può costruire il supermercato. Curioso, ad occuparsi della questione è la stessa funzionaria Buccellato che si occupò della vicenda nel 2006. Questa volta scrive: “l’assenza di incrocio tra via di San Vito (sic) e via Villa S.Stefano non consente la chiusura della perimetrazione. È pertanto evidente che fa fede la planimetria allegata che definisce precisamente l’area”. Il parere del 2006 è completamente rovesciato, quel che conta è la mappa.

Sliding doors? Oppure il fatto è che aver compiuto l’abuso edilizio, quei 200 metri quadrati nel 2006, era una piccola azienda artigiana, mentre nel 2015 il mandante della costruzione del supermercato era il gigante tedesco Lidl, sponsor della Nazionale italiana di calcio?

Sta di fatto che gli amministratori, i funzionari, dovrebbero prendere decisioni in nome del popolo e sulla base di fatti, di atti, di atti precisi. In questo caso né i cittadini, né Italia nostra, hanno ottenuto l’accesso agli atti chiesto con insistenza e con tutti i crismi formali. Perché?

Non c’è solo il mistero del vincolo. Alla ditta costruttrice è stato fatto un notevole sconto – da che giustificato? – sugli oneri di concessione, il denaro pagato per risarcire la comunità dall’aggravio di traffico, gas e polveri sottili portato da un nuovo supermarket. Anche gli oneri di concessione, in questo caso, hanno goduto di un parametro al ribasso, che ha fatto risparmiare 56.449,53 ai bilanci dei costruttori impoverendo le casse del comune.

Ancora. Poiché chiudere un occhio è ormai un’abitudine, ecco che le procedure che la Regione Lazio considera indispensabili per la concessione della licenza edilizia non sono state rispettate. Tra le cubature artigianali da sostituire è stata conteggiata una palazzina residenziale; le cubature per poter essere conteggiate avrebbero dovuto avere la concessione in sanatoria entro l’agosto del 2011 ma almeno 803,73 metri quadri sul totale di 1.363,50 l’hanno ottenuta nel 2014. Le attività nel 2011 avrebbero dovuto essere cessate, invece almeno il fabbro è stato attivo fino al 2014, come da sua testimonianza, da visure alla Camera di commercio e dalla sua dichiarazione dei redditi del 2015.

Ora la Procura dovrà decidere che fare, il Pm ha chiesto l’archiviazione ma questa ridda di compiacenze, errori, discrepanze sembra incredibile. Dovesse finire in gloria per la Lidl resterà un retrogusto amaro nei cittadini: perché lo sconto di 50.000 e rotti euro? Perché l’inversione dei pareri in soprintendenza, perché nessuno ha controllato la questione dei condoni e della cessazione di attività? E invece a chi protestava contro il cantiere i vigili hanno contestato una multa di 500 euro perché – era agosto – avevano messo sul pubblico marciapiede un ombrellone per ripararsi dal sole, poi subito tolto. Altro che chiudere un occhio.

 

I post precedenti

12 giugno 2015  Lidl taglia gli alberi

3 luglio 2015  Si ferma il cantiere mangia alberi

28 ottobre 2015 Il mistero buffo del discount

23 dicembre 2015 Lidl, storia di una lotta

9 marzo 2016  Sigilli alla Lidl

 

 

 

 

 

Lidl, storia di una lotta

E’ cominciata così. Il taglio degli alberi che ha eliminato una quinta di verde su via di Acqua Bullicante indigna la gente di Torpignattara. Via gli alberi, ma perché? Per giorni su quel cancello non è comparso il cartello che annunciava lavori, cosa succedesse nella antica zona artigianale è stato un mistero. Svelato dopo un po’ a cantiere già avviato; si stava costruendo l’ennesimo supermercato in un quartiere densissimamente popolato e già zeppo di discount e supermarket, circondato da un a landa di parcheggi. “Lidl taglia gli alberi” è stato il primo slogan che ha unificato un gruppo di associazioni e singoli attorno a questa vicenda. Si decide, dopo una sequenza fitta di assemblee in piazza, di fare un presidio davanti al cancello del cantiere. Era maggio, siamo arrivati a dicembre.

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Elogio del picchetto. Così, organizzati in mailing list, i no-Lidl hanno cominciato a presentarsi davanti al cancello, bloccando i mezzi pesanti che venivano ad abbattere i capannoni preesistenti e a scassare il terreno. Un duro braccio di ferro, soprattutto quando i conduttori dei mezzi hanno cercato di forzare il presidio per entrare, invano. Intanto chi volantinava contro quel cantiere ha cominciato a conoscersi, sono nati rapporti di fiducia e collaborazione, si è creato un piccolo gruppo di indagine sulla vicenda amministrativa che aveva reso possibile la licenza.

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La zona, innanzitutto: a rigor del decreto di istituzione del vincolo archeologico-paesaggistico “Ad duas lauros”, quel terreno rientrava nella zona da proteggere. Ma i disegni accompagnatori ne prevedevano solo per metà la tutela, ma pur sempre tutela. Dunque, come è possibile che i funzionari incaricati della vicenda abbiano assentito all’edificazione?

Poi il piano casa, utilizzato per commutare in commerciale i metri cubi prima artigianali. Già, ma – come esplicitavano i precetti della regione Lazio, inviati alla conferenza dei servizi – con alcune prescrizioni ineludibili. Ad esempio il fatto che i condoni fossero stati perfezionati prima di una certa data, e che le imprese avessero dismetto le attività prima del 2010. Non è così: almeno due artigiani hanno chiuso i battenti alla fine del 2014, e i condoni sono stati perfezionati, certo per caso, tutti nella stessa data, anche qui la fine di quell’anno. La Regione detta le prescrizioni, nella seconda seduta della conferenza dei servizi nessuno si accerta che le prescrizioni siano rispettata e la licenza viene data.

Piccolo mistero, ma significativo: perché l’assessorato al commercio del comune di Roma possa rilasciare una licenza edilizia che competerebbe all’assessorato all’urbanistica? La lunga scia del piano casa della giunta Polverini ancor oggi diffonde veleni.

Legalità a doppia velocità. Il coordinamento “No cemento a Roma est” ha cominciato a indagare sul serio, a denunciare, ad alzare la voce. Va al Suap, l’ufficio che ha rilasciato la concessione edilizia, all’assessorato al commercio. All’assessorato all’Urbanista, in Campidoglio, al Municipio, al Tar, in pretura. Che ci sia qualcosa che non andava è così chiaro che il presidente del Municipio, Palmieri, fa un’ordinanza di sospensione dei lavoro, ormai in luglio. Ma viene trascinato davanti al Tar con una mega richiesta di risarcimento, e dunque annulla l’ordinanza. I picchetti riprendono, si monitora a distanza le cave che si aprono, le strade antiche che riemergono.

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Il Comune intanto è in preda delle note vicende concluse con le dimissioni del sindaco Marino e il conseguente commissariamento. Ci penserà il commissario, si illudono i no-Lidl: è un prefetto, difende la legalità, qui la vicenda è più che discutibile, vedrete che sospenderà il cantiere e si faranno gli accertamenti. Macché: gli accertamenti si sono ridotti a una richiesta ai funzionari protagonisti della concessione: oste, il vino è buono?

Priorità delle priorità, il Giubileo. Poi i centurioni, l’Atac e i risciò. Per il resto non c’è tempo, nemmeno se bisogna tutelare il territorio, nemmeno se i comitati incalzano. Eppure per lui e i suoi la vicenda Lidl è troppo piccola per curarsene. E la frase che riferisce il Corriere della sera di oggi – «Io intendo il mio impegno al servizio dei romani come responsabilità. Un sistema funziona se si rispettano le regole. La legalità non è un concetto astratto, legalità è democrazia» suona come una beffa. Anche per i commissari venuti da fuori è valida la parola d’ordine che uccide il servizio pubblico, non solo in comune: “chi si prende la responsabilità?”

Che fare? Intanto non si molla. E’ necessario continuare a sognare. Pensare in che modo risarcire il quartiere di questa nuova costruzione, del taglio degli alberi, di un prevedibile affollamento di auto che peggioreranno i dati già pesanti dell’inquinamento dell’aria. Continuare a sognare, a vigilare, a dire che chi ci abita ha diritto di parola. Questo ha detto l’affollato corteo di sabato scorso, e l’assemblea tenuta davanti al cantiere, con relativo stop del traffico: basta auto, no cemento, no Lidl. Così anche la vecchia canzone di Celentano, “Il ragazzo della via Gluck, ” usato come colonna sonora, ha acquistato un nuovo senso di rivendicazione.

Accettare la condanna del cemento non è obbligatorio. A dimostrarlo la storia del Parco delle Energie, nell’ex Snia Viscosa, oggi un parco pubblico ricco di attività, ieri discarica abbandonata. E la storia del lago ex Snia, nato dall’ansia predatoria di un palazzinaro – lì era Auchan la meta finale – che ha rotto la falda acquifera prima e il collettore poi. Per anni il lago è rimasto isolato, è diventsto meta di uccelli, habitat di ricci e volpi, ci sono persino i pesci. Intanto una bella fetta di parco è stata strappata alla speculazione, presto – commissariamento permettendo – si arriverà all’apertura. Se la mano pubblica si disinteresserà ancora della questione, toccherà alla mano comune, il comitato del parco, farsene carico. Perché, chi ci abita lo sa, il verde in questo spicchio di Roma è prezioso: per la salute, per la natura, per la bellezza. Perché sognare si può, si deve. Proibirlo è impossibile.

4stelle Hotel, storia di un’occupazione

Il primo è stato il fotografo Tano D’Amico, negli anni Settanta. Fotografava i ragazzi del movimento, i rom, gli occupanti di casa, i diversi. Diceva che le definizioni si trascinano dietro gli stereotipi, e che lui guardava i suoi soggetti come persone, dunque non più soggetti ma protagonisti. Infatti: i suoi ragazzi, le donne, i bambini sono trattati con rispetto, nessuno gli ruba la dignità, e dunque sono fieri, belli. Tano D’Amico ha fatto scuola, a giudicare dal lavoro interattivo che ha vinto il Premio Alpi 2015, “4Stelle Hotel. Una giornata ordinaria in un posto straordinario”, web documentario di Valerio Muscella e Paolo Palermo.

In che senso web documentario? Basta andare all’indirizzo http://www.4stellehotel.it/ per trovarsi di fronte alle vetrate del palazzo dell’Eurostar Congress, ex albergo chiuso nel 2011 e occupato un anno dopo da 218 famiglie, cinquecento persone organizzate dai Blocchi precari metropolitani. Sulla via Prenestina, tra Tor Sapienza e Mistica, l’ex albergo è diventato il rifugio di cinquanta rifugiati, 218 provenienti dal Corno d’Africa, 85 dall’Africa sud-sahariana, 28 dall’est Europa, 29 dall’America Latina, quattro italiani, venti nuovi italiani. Tra loro, ottanta bambini sotto i 13 anni. Molte le coppie miste.

Sulle vetrate dell’hotel i quattro campi di scansione temporale (mattina, pomeriggio, sera, notte) raccontano la vita quotidiana, l’organizzazione dell’occupazione e le vicende delle persone approdate lì. Vicende che si possono seguire anche singolarmente, persona per persona: foto e video accompagnano il viaggio in una realtà complessa.

Persone, non soggetti. I bambini, molti nati al 4stelle Hotel, vanno a scuola e giocano, litigando tra maschi e femmine come in tutti i cortili romani. Mahamud, Manuel, Aziza, Alan, Fatima, Roberto, Maria, Bashir, Micol, Anna… nei loro nomi quattro continenti, nei loro occhi il futuro. Ma c’è chi dice no: il Piano Casa all’articolo 5 (contro cui il 16 ottobre 2015 ci sarà sit in a palazzo Chigi) prevede il distacco delle utenze per chi occupa, e la cancellazione della residenza: senza residenza niente scuola. Possibile penalizzare i bambini privandoli dell’educazione?
Ecco la palestra di boxe, messa su dal peruviano Antony per i bambini dell’occupazione. Ecco l’etiope Ninish, due figli ancora laggiù. Ecco la solidarietà fattiva, l’accoglienza provvisoria agli abitanti di un’occupazione appena sgomberati in via Tre Teste. Ecco Ibrahim, che scrive un diario e ripercorre la strada che l’ha portato qui. I suoni della vita quotidiana accompagnano le loro testimonianze.

Come si organizza una convivenza tra tante culture diverse? Per il cibo, ad esempio, ci sono quattro cucine divise per culture culinarie: africana, russa, sudamericana e araba, un piccolo ristorante mediorientale gestito da Zubida. Le feste religiose si solennizzano nel salone, a seconda delle scadenze. Il resto si fa insieme, insieme i turni di portineria, insieme le discussioni sui problemi organizzativi. Insieme si resiste ai tentativi di sgombero, come quello del 2 maggio 2013.
Il lavoro per “fabbricare” questo web documentario è stato lungo, lungo quasi come l’occupazione: “Siamo andati al 4stelle Hotel Valerio e io qualche giorno dopo l’occupazione, e siamo stati colpiti da una realtà molto composita. Dopo qualche mese ci siamo chiesti come raccontarla, e abbiamo scelto questo modo, mescolando video e foto e racconto scritto, così da comunicare la diversità delle persone, racconto verticale e orizzontale. C’è chi è da poco in Italia, chi ci vive da vent’anni. Chi ha i documenti a posto e chi no. Chi dormiva per strada e chi è stato sfrattato. Abbiamo studiato il filo della narrazione, la vita quotidiana, i video sono approfondimenti. Lo stile è sporco? Forse: abbiamo cercato un linguaggio che possa restituire la complessità di quel luogo, le sue asprezze e le sue contraddizioni”.

Non dev’essere stato un lavoro facile, soprattutto perché condiviso con gli abitanti del 4stelle Hotel. Le asperità del confronto, a volte, la fatica dell’impegno di frequenza, finché la macchina da presa e quella fotografica diventassero trasparenti, la capacità di deporle e fermarsi a discutere… “Sì, per due anni siamo spesso andati lì – dice Palermo – a volte ci hanno criticato, ma raramente. Forse il nostro voler raccontare la loro storia, il nostro giudicarla interessante e appassionante ci ha aperto una strada, le occupazioni e ci ci vive spesso sono considerati marginali. O forse è piaciuta la nostra voglia di raccontare le loro storie senza prevaricazioni”.

Senza prevaricazioni ma con un’intenzionalità precisa, dice il fotografo Valerio Muscella: “All’inizio volevamo documentare, poi siamo diventati più ambiziosi, abbiamo scelto la narrazione, discutendo insieme come raccontare, come integrare foto che evocano il video, assecondando il testo scritto e sonoro. Tanto da organizzare il lavoro prima ancora di farlo e, a volte come per i ritratti, addirittura chiedendo alle persone di sedersi sul letto, così da fare ritratti simili nella forma e diversissimi nei contenuti, viste le diversità di provenienza, cultura e personalità. Richiesta che gli abitanti del 4stelle Hotel hanno accolto senza imbarazzi, come un gioco, infatti divertendosi”. Valerio è appena tornato dal un lungo viaggio al confine tra Austria e Ungheria, ha passato parte dell’estate a Calais, sugli scogli. “Da anni con Paolo seguiamo le vicende delle migrazioni, vogliamo continuare a fare reportage e foto, sperimentando il linguaggio multi e trans mediale”. Certamente però torneranno al 4stelle Hotel. Perché lì, conclude Paolo, oltre a rispetto reciproco ormai “si sono creati legami forti, vere amicizie”.

Testo pubblicato sull’Unità il 23 settembre 2015

Lidl taglia gli alberi

Quattro anni, non di più. Le bimbette arrivano con la mamma che apre un tavolino, e si siedono dividendosi una gran quantità di giocattolini. Non sono i giardini pubblici, magari: è il presidio contro il cantiere della Lidl a Torpignattara, Roma. In via di Acqua Bullicante stamattina ecco una cinquantina di persone davanti a quel cancello, prima ombreggiato da maestose e vetuste acacie. Ora non c’è più nulla, persino gli alberelli del marciapiede pubblico sono stati mutilati.

“Lidl taglia gli alberi”, è scritto su uno striscione, brutto biglietto da visita in un quartiere ad altissima densità abitativa, stretto tra la Casilina e la Prenestina, ogni giorno attraversato da un fiume di macchine che entra la mattina e esce la sera dalla capitale. “Lidl taglia gli alberi” è il tam tam che ha scosso il quartiere, diviso tra chi vuol difendere i pochi spazi verdi – perché diventino giardini o parchi o play ground – e chi comunque pensa che un supermercato sia meglio dell’abbandono. E forse sbaglia.

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E’ vero, quel terreno è stato abbandonato a lungo. Un tempo zona artigianale – il fabbro, ultimo ad andarsene, ha chiuso nel 2014 – ora grazie al “piano casa” della signora Polverini, che come il signor Alemanno in Comune ha lasciato uno strascico di devastazioni dopo la sua toccata e fuga alla Regione, dovrebbe passare da artigianale a commerciale. Peccato le norme sanciscano che le attività sarebbero dovute essere già chiuse nel 2010, e non è così. Peccato che parte di quella zona sia inedificabile per il vincolo “Ad duas lauros”, e che nessuno l’ha fatto notare. Eppure, alle tre conferenze dei servizi che hanno portato all’approvazione della licenza c’erano i funzionari, se non i politici, di tutte le amministrazioni, Municipio compreso.

Peccato infine che le macchine di movimento terra abbiano agito tanto pesantemente da far tremare le case adiacenti all’area, piccole casette basse costruite senza fondamenta e senza permesso, poi sanate. Alcuni degli abitanti si sono allarmati, hanno chiamato i responsabili del cantiere, invano.

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Quindi la mobilitazione: appena dopo l’alba, stamattina, c’era già un piccolo drappello di comitati e abitanti, cresciuto via via; l’apertura del cantiere, alle 7, è stata forzatamente rinviata. Fermi e parcheggiati in doppia fila (i vigili, come al solito erano latitanti) i camion con la ruspa e la benna, pronti ad entrare nell’area per continuare il movimento di terra. E fermi anche gli operai della ditta, con cui i manifestanti hanno a lungo dialogato.

Nessuna azione di forza. Ma bisogna informare i cittadini – e i militanti con il megafono si sono fatti sentire, lì accanto ci sono le fermate di autobus fitti di pendolari – bisogna ricordare che un ennesimo supermercato produrrà inevitabilmente più traffico, più camion, più smog e già ora le centraline che monitorano l’inquinamento sforano i limiti. Che il quartiere è già vigorosamente servito dalla grande distribuzione, super e discount. Che, infine, si teme l’avvio del “piano Casilino”, un’ulteriore pioggia di cemento in una zona intasata e soffocata.

Nel presidio si discute: si stende in terra il progetto, ottenuto di straforo – durante l’accesso agli atti l’amministrazione l’ha negato “ne abbiamo una copia sola”, alla faccia della trasparenza – si controlla il cartello che annuncia i lavori, finora latitante. “Quando abbiamo fatto il primo presidio il 23 maggio – dice Marco, indignato – il cartello non c’era, e già avevano iniziato a tagliare gli alberi. L’autorizzazione è del 20 maggio, e nel cartello è scritto che il cantiere è iniziato il 5 giugno. Un’ennesima falsità: questa almeno verificata direttamente da noi”.

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Arriva la polizia, arrivano i carabinieri, i cittadini sono arrabbiati ma argomentano, spiegano, mostrano le carte, le foto degli alberi caduti: “Ce ne andiamo, certo: se fate venire qui gli assessori comunali, il presidente del Municipio e il signor Lidl. Quelli che hanno deciso del nostro territorio senza ascoltarci né informarci”.

Intanto le due bimbette giocano alle bambole sul tavolino davanti al cancello. C’è da giurarci, nei prossimi giorni lo faranno ancora: il comitato “No cemento a Roma est” non si arrende.

Povere città, fallite e in catene

In crisi, in dismissione. Che le città del Duemila siano gravate dal peso di una mutazione liberista non c’è chi lo negherebbe. Da bene comune, territorio gestito nell’interesse collettivo, stanno diventando palestra di liberismo, terra di scorribande della finanza più o meno pulita. “Le città fallite” le chiama Paolo Berdini nel suo ultimo libro, sottotitolo “I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano” (Donzelli editore, pag. 159, 19,50 euro).

La malattia ha un virus antico, molto più antico delle nefandezze di questo inizio secolo. Nasce dalla speculazione edilizia anni ’50, che ha governato Roma a macchia d’olio, ha costruito Milano senza riguardo per paesaggio e bellezza, ha creato una crosta di case abusive di pessima qualità architettonica e qualitativa. E poi ci si meraviglia – neanche Biancaneve – del fatto che a Roma si spenda per l’illuminazione pubblica più che a Parigi. A Parigi furono espropriate preventivamente tutte le aree di espansione urbana, estromettendo dunque da ogni decisione i proprietari fondiari e seguendo solo l’interesse pubblico (sì, anche quello di non creare quartieri lontani e separati dal corpo urbano, che richiedono costosi collegamenti viari, fognari, elettrici e idrici per non parlare della raccolta dell’immondizia). Ma quando questa ricetta liberale (non liberista) venne proposta in Italia dal ministro Fiorentino Sullo, apriti cielo. Era il 1962, lo statista democristiano fu trattato come uno staliniano incallito: il Tempo lo accusò di voler sottrarre agli italiani le loro case. L’esproprio preventivo delle aree avrebbe consentito, al contrario, di calmierare il mercato delle aree, di agevolare l’accesso alla casa in proprietà, di avere città più ordinate e gestibili.

Ma a quel virus di arretratezza se ne sono aggiunti dei nuovi, contrabbandati sotto il segno della modernità. I condoni, ad esempio: che hanno mostrato l’inutilità di seguire le regole, il vantaggio dell’evaderle. I provvedimenti estemporanei che hanno azzoppato i piani regolatori, come il “Piano Casa” che – al grido di “padroni in casa propria – concede moltissimo agli speculatori e lascia senza casa chi non ce l’ha. O come la proposta abolizione degli standard urbanistici, che lascerebbe senza verde, scuole e servizi i nuovi quartieri. O come la decisione di non vincolare gli oneri di urbanizzazione pagati dai costruttori per l’urbanizzazione primaria, con l’ovvio risultato, in tempi di vacche magre, che i comuni invece di realizzare collettori e raccordi stradali li useranno per la spesa corrente e peggio per chi ci andrà ad abitare, in quelle case.

Da questo punto di vista siamo fuori dall’Europa, euro o non euro. Il danno per il paesaggio, l’ambiente e la vivibilità urbana non va descritto, basta guardarsi intorno. Berdini analizza invece alcuni casi particolari, soprattutto recenti: dallo scandalo di Sesto San Giovanni a Mafia Capitale. Dalla ricostruzione dell’Aquila al quadrilatero Umbria-Marche. L’attacco al welfare urbano e il legame stretto tra speculazione immobiliare e malavita, mentre si demolisce, intanto, anche quei presidi del territorio che hanno preservato dal peggio, finora, le città e il paesaggio, quei coraggiosi burocrati (ce ne sono, ce ne sono, non date retta alle sirene liberiste) come alcuni soprintendenti che hanno saputo dire no a sindaci avventati. E dunque vanno eliminati alla radice.

Sembra archiviata l’epoca delle riforme, tra cui quella che avviò la costruzione di case popolari. Già, ma poi chi le ha gestite le case popolari? Da stock abitativo per persone in emergenza abitativa o sociale sono diventate sinecura, così trascurate da rendere più redditizio venderle – costruite all’epoca in zone di periferia estrema, ormai sono diventate quasi centrali – a chi le occupa, anche senza titolo. Con la prospettiva, cara ai costruttori, di farne altre più in là per le prossime emergenze abitative. E ancora e ancora.

“E’ preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione della città e ridurre a zero il consumo di suolo a fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità – conclude Berdini – è indispensabile un provvedimento di moratoria del cemento, sospendendolo per il tempo necessario a ricostruire per ciascun comune il quadro reale dello stato del territorio e quello dei servizi pubblici”. E infine “Le città per loro natura sono invece i luoghi in cui si costruisce un futuro migliore per le prossime generazioni. Dobbiamo tornare a questa concezione di prospettiva lungimirante che solo la città pubblica è in grado di garantire”.