La moltiplicazione dei muri

Un muro. E ancora un altro. Al Brennero no, pare. A difendere frontiere evocate bastano i militari armati. Ma a Calais sì, un muro, finanziato dalla Gran Bretagna. Molti muri sono già costruiti nei paesi dell’ex Cortina di ferro, e chi la voleva abbattere allora oggi li costruisce contro chi fugge dalla dittatura, dalla guerra, dalla fame. Un altro muro sarà tra Messico e Stati Uniti, che allunghi quello che c’è già e che certo non impedisce la voglia di futuro di chi migra. Fermare il mare non le mani non si può, nemmeno gli uomini con i muri. Al Festivaletteratura di Mantova, cosmopolita per elezione, la questione tiene banco in moltissimi incontri.

Frei Betto, teologo domenicano, rivendica il diritto di far politica: sono un discepolo di un prigioniero politico, dice, Gesù non è morto di epatite o cadendo da un cammello. Ora guarda al papato di Francesco I con grande speranza. E’ un Papa che ha ammonito: non costruite muri ma ponti. E insiste: “L’Africa è stata colonizzata da tutta Europa, e che ne è rimasto? Povertà, miseria, corruzione. L’Europa che ancora la depreda ora vuol chiudere le porte ai popoli in fuga. Non muri, ponti”.

Vista dalle frontiere la storia del mondo si capisce meglio, dice l’albanese Gazmend Kapllani (“Breve diario di frontiera”): “Per qualche anno abbiamo vissuto senza frontiere in Europa. Istituirle di nuovo apre a nuovi conflitti. Le società più inclusive sono le più progredite. Ci siamo dimenticati di essere da secoli un continente di migranti che hanno popolato le Americhe. Ora ci chiudiamo, eppure l’avventura umana è storia di migrazioni”. Oggi vive negli Stati Uniti, ma è stato profugo in Grecia per 23 anni senza riuscire ad ottenere la cittadinanza.

Esuli per secoli sono gli ebrei, nella nostra Europa. Eppure è Wlodek Goldkorn (Il bambino nella neve) di origine ebraica, a ricordare che i “sommersi” di cui parlava Primo Levi oggi sono nelle fosse comuni del mar Mediterraneo: “Andiamo a Auschwitz, e diciamo mai più, poi bombardiamo ospedali e bambini in Siria. Ho il sospetto che i viaggi servano a non vedere i sommersi di oggi. Preferirei meno viaggi della memoria ma più navi che vagano a prendere i profughi, e il blocco dei bombardamenti”. La memoria, dice Sigmund Ginzberg (Spie e zie) è come il canarino nelle miniere, serve a dare l’allarme all’odore del razzismo, non a girare la testa”.

Il muro tra Messico e Stati Uniti? “Non ce ne frega nulla – dice il messicano Paco Ignacio Taibo II con un linguaggio più che colorito – i muri si saltano, il filo spinato si taglia. Una parte di muro già c’è, ma è interrotto da piccoli spazi di 80 centimetri: oculatamente lasciati dagli operai messicani che l’hanno costruito. E poi Donald Trump che picchia duro sui messicani non si chiede chi pulirà le piscine di Los Angeles, chi raccoglierà le mele dell’Oregon, chi lavorerà nelle fabbriche di scarpe dell’Illinois. Senza il lavoro nero dei clandestini gli Stati Uniti sono fottuti”.

C’è chi dice no. A raccontare la storia dell’incontro tra un centinaio di africani e alcuni berlinesi è la tedesca Jenny Erpenbeck, “Voce del verbo andare”. Dal 2013 ha seguito il gruppo di persone che, all’inizio si erano accampate in una piazza, e anche dopo, con l’accoglienza ma col divieto di lavoro, ha raccolto le loro storie. E quelle delle persone – il dentista, l’avvocato, il medico, il maestro – che sono entrate in relazione con i rifugiati. “In Germania – dice – molte famiglie hanno esperienza di fughe forzate. L’accoglienza non c’entra nulla con la bontà, è solo capacità di immaginazione. Viviamo in pace da molti anni, ma le cose possono rapidamente cambiare”.

L’albanese Elvira Mujčić lo sa bene. Viene da Srebrenica, e nel suo “Dieci prugne ai fascisti” racconta la fatica della fuga, le ferite e le assenze e il dolore di una famiglia matriarcale, la creazione di nuove frontiere, di nuovi muri nel suo paese. Anche se, racconta, piccole realtà, piccole comunità cercano di andare avanti ricostruendo relazioni: non a caso spesso gruppi di donne.

Intanto però i muri crescono, e a volte non sono quelli materiali alle frontiere, ma quelli immateriali nelle questure, negli uffici comunali, nelle scuole. Sono quelli dell’informazione, che annuncia ogni giorno il numero degli sbarchi, a stento la provenienza di chi arriva, ma non il perché. Eppure – dice l’eritreo Tsegehans Weldeslassie, Ziggy, di cui Erminia Dell’Oro ha raccontato la storia in “Il mare davanti” – le ragioni del viaggio sono differenti: “Noi non fuggiamo dalla guerra, ma da una dittatura durissima che fa affari con l’Italia. E durissimo è stato il viaggio. Tutti sanno quanto sia pericoloso attraversare il mare, attraversare 5.000 chilometri di deserto lo è altrettanto”.

Quella che avviene sotto i nostri occhi, sulle nostre coste – dice Lella Costa, che con Marco Baliani porta in scena “Human” – è una tragedia, l’Odissea, l’Eneide dei nostri giorni. Dobbiamo ascoltare la voce di chi racconta i suoi viaggi. E ricordare che l’articolo 13 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo sancisce la libertà di movimento per tutti. All’ingresso di un campo profughi palestinese c’è una grande chiave: tutti i residenti conservano gelosamente le chiavi delle loro case che forse neanche esistono più. Quante chiavi di casa sono negli zaini, nel deserto, in fondo al mare? Pensiamoci”.

 

Questo articolo è stato pubblicato sull’Unità l’11 settembre 2016

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