Coe: svegliati, sinistra

“Arriva il momento in cui rapacità e follia diventano indistinguibili. E poi arriva un altro momento in cui anche tollerare la rapacità e viverci fianco a fianco, o addirittura prendersene carico, diventa una sorta di follia.” E’ una frase chiave di Numero 11 (Feltrinelli), ultimo libro di Jonathan Coe, protagonista ieri di un evento partecipatissimo al Festivaletteratura di Mantova. Non il seguito de La famiglia Winshaw, che si concluse con la morte di tutti i protagonisti, ma alcuni personaggi che legano le due storie. Il legame più forte, dice Coe, è che nel Regno Unito la gente che era al potere all’avvento del thatcherismo è al potere ancora, la vittoria della rapacità è una follia.

Prima domanda impudica. Qual è per lei l’urgenza, la necessità di scrivere?

Come molte altre persone, e certo gli scrittori sono persone, non sono soddisfatto del mondo, e del mio rapporto con il mondo. E dunque scrivendo creo una realtà diversa, alternativa, che mi consente di forgiarla e controllarla.

Prima dell’esito delle votazioni in Gran Bretagna avevi detto: “Il sì e il no all’Europa sono vicini. Chi perde proverà molta rabbia”. C’è ancora questa rabbia, o è diventata disillusione?

In Gran Bretagna viviamo in uno strano momento. Stiamo cercando di capire che decisione abbiamo davvero preso. Sì, c’è stata rabbia, ma ora l’emozione ha cambiato segno. E’ davvero una situazione bizzarra: abbiamo votato per la Brexit, e ora ci chiediamo cosa sia la Brexit. E’ singolare che nessuno lo sappia, tanto meno le persone che hanno votato per il sì, e nemmeno i politici che l’hanno sostenuto. Perché non si è votato solo l’uscita dall’Europa. Il cuore della questione è: quale tipo di paese vogliamo essere? E’ una domanda più difficile e dolorosa. Ci vorranno anni per capire che conseguenze, che effetto avrà questo nostro voto.

Nel ’68 si ripeteva uno slogan anarchico: una risata vi seppellirà. E’ possibile ridere, oggi? Non è un atto di distrazione?

Ritengo sia un atto di distrazione, in molti sensi. Sono convinto sia utile e fondamentale ridere su aspetti essenziali della vita che sono immutabili, immodificabili, e allora la risata può essere salvifica, consolante. Ma in molti altri casi, se si ride su questioni sociali si rischia: il riso può far sì che la gente si rassegni invece di darsi da fare per cambiare le cose.

Lei ha parlato di perdita dell’innocenza per la sua generazione. Ma i giovani, e le generazioni non ancora anziane, non hanno perso anche la speranza, l’orizzonte sul futuro?

Quando passo un po’ di tempo con dei ragazzi – mia figlia ha diciannove anni – resto sorpreso dall’ottimismo e dalle speranze che riescono ad esprimere. Un peccato di ingenuità? Forse non vogliono o non riescono a vedere il mondo com’è? Non so. La mia generazione è sicuramente pessimista, ma non voglio proiettare il mio pessimismo sulla gioventù. Non sarebbe rispettoso verso di loro e verso di noi. Dobbiamo avere fede nei giovani.

Che non hanno, di questi tempi, molte ragioni di ottimismo e fiducia…

Sì, hai ragione.

In alcuni suoi libri, penso a I terribili segreti di Maxwell Sim, parli della crisi della normalità. Che ne resta? La sofferenza della solitudine? La depressione?

E’ indiscutibile, il senso delle connessioni sociali si è indebolito, rispetto a quaranta anni fa. E’ l’onda lunga del thatcherismo, che qualcuno chiama neoliberalismo, un senso politico che invece di curarsi del benessere comune si concentra sempre più sull’individuo. Credo e spero ci sia una reazione nel prossimo futuro. Da destra c’è: la candidatura di Donald Trump, la stessa Brexit… Ma in vari paesi europei è innegabile la crisi e la mancanza di identità della sinistra, di qualunque sinistra, che si mostra incapace di una reazione.

Dunque, che fare?

Non sono un politico, non ho una soluzione politica. Scrivo libri, e penso che i romanzi siano strumenti per riflettere sulla realtà che vedo, e che non mi piace. Scrivere vuol dire condividere il mio punto di vista con il pubblico, con i lettori. Ma su quel che dovrebbe fare la sinistra in Europa, sul nostro futuro, sono confuso come tutti noi.

Qual è il più riuscito dei suoi libri, non dal punto di vista letterario ma appunto dalla capacità di trasmettere la sua visione del mondo?

Pinter ha una volta sostenuto che ogni tipo di libro è un diverso tipo di fallimento. In ognuno dei miei libri non sono riuscito ad esprimere esattamente quello che volevo dire, ma in ognuno in modo interessante. Se proprio devo scegliere, La banda dei brocchi e Circolo chiuso. Perché il significato profondo è nel rapporto tra questi due libri, uno la riscrittura dell’altro. E’ una storia complessa di persone che si muovono in uno sfondo molto ampio, negli anni ’70 prima e negli anni ’90 poi. Nel rapporto tra questi due libri c’è l’equilibrio tra dimensione politica e personale.

Un po’ come avviene tra La famiglia Winshaw e Numero 11.

In un certo senso. Quando ho scritto La famiglia Winshaw, però, non avevo affatto l’idea di fare un sequel. mentre con La banda dei brocchi era chiaro. Forse è perché nella scrittura dei miei primi libri pianificavo trama e intrecci in modo molto dettagliato, lanciando fili pendenti che poi intrecciavo via via. Oggi mi piace una scrittura più improvvisata, in cui i personaggi a volte conducono me, non sempre li sposto io come pedine sulla mia scacchiera.

Questo non ha portato a esiti imprevisti?

Sì, ma se funziona, e spesso funziona, è uno degli aspetti che mi piace di più nel mio lavoro, e mi dà una sensazione relativamente nuova. La mia scrittura mi sorprende. Il finale di Numero 11, infatti, è stata una sorpresa. Anche per me.

 

Questa intervista è uscita sull’Unità il 9 settembre 2016

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