Molveno, il prezzo della modernità

C’è una foto che colpisce. Una donna vestita di nero, come le paesane delle montagne trentine, ha smesso per un attimo di lavare i panni di famiglia alla vasca comune per guardare tre villeggianti, anch’esse donne, vestite anni ’60, pantaloni corti o vestiti leggeri e fiorati, sbracciate e scollate. Perché colpisce?

I due libri fotografici che sto sfogliando parlano di un piccolo paese del Trentino, Molveno, editi dal comune e dalle Biblioteche della Paganella. Sottotitolo del primo è “Passato presente”, del secondo “Presente passato”. Non è un gioco, è un differente punto di vista. Oggetto dei due volumi, fotografie di famiglie e cartoline del paese sotto le Dolomiti: il primo sull’evoluzione storica del paese nel lavoro, nella ricchezza, nell’economia, e sul suo ingresso nella modernità. Il secondo sulle relazioni, i costumi, i mutamenti più sottili e irreversibili.

La foto che colpisce – non l’unica, certo – è a pagina 114 del secondo volume, “Presente passato”. La chiave è negli occhi, negli sguardi. La molvenese che guarda le forestiere, le signore, come fossero venute dal futuro. Queste che guardano la contadina che ricorda la loro nonna, il passato, specchio del mutamento.

In quegli sguardi incrociati non c’è solo una generazione, come pure potrebbe superficialmente apparire, ma almeno due secoli. Perché?

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I due libri in qualche modo lo raccontano. Fino agli anni ’50 Molveno – come i vicini Andalo, Fai, San Lorenzo, Cavedago – era un piccolo isolato paese del Trentino, attraversato a volte da alpinisti stranieri e italiani, persone anomale che pur di conquistare una vetta si conformavano agli usi del posto, povertà e semplicità. Gli unici a vedere qualcosa del mondo di fuori erano i coscritti, i ragazzi che partivano per il servizio militare. Nella scuola elementare c’era la classe unica, e si andava in aula con un ciocco  sotto il braccio per il riscaldamento, i calzerotti negli zoccoli di legno sulla neve.

E’ stato il boom degli anni ’60 a cambiare tutto. Le auto, il turismo di massa, l’abitudine ai tre mesi di vacanze portano un cambiamento epocale: appunto, due secoli in una generazione. Le trenta di case di allora oggi si sono moltiplicate: sulla sponda del lago non ci sono più pascoli e campi ma alberghi, tanti, e tante case. Al Grand Hotel, dove dal primo ‘900 l’alta borghesia veniva a ricrearsi con il paesaggio della val delle Seghe e delle Dolomiti in radicale isolamento dal paese, si sono aggiunti decine e decine di alberghi di tutti i tipi, con Spa, giochi di bimbi, centri congressi. E i turisti, un tempo ben più ricchi degli albergatori, oggi sono stati scavalcati: altro che benessere, i molvenesi hanno trovato nello sfruttamento del paesaggio e dei loro pascoli, magicamente trasformati in terreni edilizi, la loro fortuna. Impensabile sessanta anni fa.

Il prezzo è stato alto, però. Non solo un’edificazione imponente. L’abbandono degli antichi lavori che rende più fragili i boschi e le montagne. Le piste da sci, gli impianti di risalita, la moltiplicazione di chalet e pretesi rifugi che in realtà solo soltanto ristoranti e alberghi, le strade carrozzabili che solcano i boschi a servizio del turismo hanno ferito le montagne che pure pretenderebbero di vendere. Così come avviene per le merci: più si fanno rustici e fantasiosi i nomi, più sono industriali e commerciali le cose. E persino nelle malghe, impoverite di mucche, il formaggio e il burro non sono più quelli di allora, e si usano macchine e processi industriali proprio mentre si beatifica il modo di produzione antico, saggio e sano, di una volta.

Molveno ha pagato al progresso, all’abbandono della povertà nera ma orgogliosa, un prezzo salato, forse più dei paesi vicini. La decisione di usare il lago come invaso idroelettrico ha portato alla costruzione di una diga, di gallerie sotto il lago, dell’allagamento volontario di un pezzo di paese. In più, lo sversamento del lago di Andalo in quello di Molveno per aumentare l’apporto delle acque ha lasciato la vicina Andalo con una pozza acquitrinosa e Molveno con un invaso più ampio, sì, ma lattiginoso, mentre i due laghetti erano prima limpidi e chiari come il lago di Carezza.

I due libri, costruiti con le foto di famiglia dei cittadini di Molveno e con le cartoline d’epoca, che anch’esse restituiscono uno sguardo singolare sul paesaggio, cercano di ricordare un modo di vita antico e perduto, di ridare significato all’oggi guardando a ieri. Quei corpi composti, quegli sguardi dritti dei paesani di allora, le grandi famiglie con i bambini vestiti alla bell’e meglio con i vestiti dismessi degli adulti, imepgnati nel lavoro dei campi o in giro per l’Italia più ricca come spazzacamini per portare due lire in più a un’economia all’osso. Erano i nonni dei benestanti di oggi, che di quell’epoca ricordano solo il peggio, non il meglio.

Una fortuna, il turismo. Una fortuna che potrebbe scomparire in fretta, se non si riuscirà a vedere il confine oltre cui la bellezza si trasforma in banale, ovvio, inutile. Un senso del limite che per ora non sembra chiaro.

I turisti che dopo aver fatto la dura fatica di prendere due funivie si accalcano in un quasi-rifugio per poter mangiare lo stinco e la polenta, ma gettano un occhio distratto su un panorama mozzafiato, sanno poco della montagna, della passione vera per le arrampicate, della sapienza e dell’umiltà e della fatica che ci vuole per attraversarle. Però spesso hanno, oggi, un abbigliamento tecnico invidiabile, usato magari solo per andare in cabinovia.

Vero, non tutto il turismo è devastante. A volte si ristrutturano vecchi edifici svuotandoli come zucchine e ricostruendoli all’interno come case di città, a volte invece si rispettano gli usi antichi e gli spazi, le stufe antiche e la cucina economica. C’è chi ha stretto amicizie non occasionali o di utilità. C’è chi ama questi luoghi, e non solo perché ci ha passato una infanzia fatata. I due libri lo ricordano, ai turisti e agli abitanti. Perché non si perda la memoria di quel che si è stati, la speranza di quel che si sarà.

Ricordare non esercita solo la memoria, anche il cuore. I volti di quei bambini lavoratori, di quelle donne orgogliose del falcetto e dei rastrelli, degli uomini nelle segherie e al lavoro d’ascia nei boschi richiamano a un rigore perduto. All’essere, non all’avere. A un tempo perduto, che ancora deve venire, in cui il rispetto per le persone – uguali, diverse, estranee e vicinissime, i nostri bambini e i nostri vecchi, e quelli degli altri – si affiancherà al rispetto per le cose. Quelle vere, vive, quelle che qui contano: il paesaggio, la natura, la montagna.

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