Roma, che ne facciamo?

Non si piange su una città coloniale” è un bellissimo libro. Non si trova in libreria, ma online, un corposo estratto è nel blog dell’autore, Walter Tocci. Ex vicesindaco ai tempi di Rutelli, oltre che assessore al traffico, contro di lui ci fu una memorabile serrata dei taxisti, che ancora lo ricordano con astio per aver cercato giustamente di aumentare le licenze dei taxi e dunque anche la loro presenza in strada. Un’ostilità lunga quindici anni e più, non è poco per i romani, di memoria solitamente breve.

Dunque, questo libro. Se ne è riparlato durante un inusuale incontro (“La sinistra romana: Come cambia la città e come è cambiata la sinistra”) ospitato da una inusuale location (la sala Cappella Orsini di via di Grotta Pinta) nel corso di una inusuale manifestazione, “La Notte Rossa”, a cura di diverse Fondazioni tra cui quella intitolata a Enrico Berlinguer. Ne ho discusso con l’autore insieme a Maria Grazia Gerina, Tommaso Sasso e alle moltissime persone preoccupate per il futuro di Roma, per la crisi politica, il commissariamento in arrivo, le prossime elezioni.

Giustamente. Quando il centrosinistra e Pci arrivarono la prima volta al governo della città, alla fine degli anni 70, non c’era bisogno di far progetti: l’opposizione alle giunte democristiane, ma anche il lavoro di anni delle sezioni e della federazione avevano preparato idee e organizzazione, a cui mancavano solo le gambe politiche. L’acquisizione pubblica e l’apertura delle ville storiche, gli asili nido, il centri anziani, i consultori. Il riassetto del centro storico, abbandonato da decenni. Il rafforzamento del sistema di trasporto pubblico. La cancellazione degli infami borghetti, la costruzione e l’assegnazione di case popolari. Il sistema delle biblioteche, l’Estate romana… elencare tutto quello che fu fatto, all’epoca di Argan e Petroselli sarebbe troppo lungo. Ma il progetto davvero più notevole fu il tentativo di ridurre la distanza tra periferia e centro, fare degli abitanti delle zone più trascurare dei cittadini di Roma. Un progetto incompiuto allora, e che andrebbe ripreso.

Quando nel ’93 arrivò in Campidoglio il centrosinistra, un gruppo di lavoro aveva preparato un progetto articolato, che riunì le migliori teste pensanti della sinistra: il femminismo, l’ambientalismo, la giustizia sociale ma soprattutto l’opposizione dura alle giunte di Carraro e Giubilo avevano formato una classe dirigente di tutto rispetto, progetti alternativi che poterono essere messi in campo, subito o quasi.

L’arrivo di Ignazio Marino in Campidoglio è stato diverso. Quasi paracadutato da Marte, il sindaco non presentò un progetto articolato, decise di “ascoltare” le diverse realtà sociali in campagna elettorale, e poi nominò degli assessori quasi sconosciuti. Ad eccezione di Giovanni Caudo, che all’urbanistica ha infatti ha prodotto un ottimo lavoro essendosi fatto le ossa nel lavoro di opposizione culturale ad Alemanno, e Flavia Barca, nota economista confinata alla cultura, campo in cui è entrata con difficoltà tanto da lasciare dopo poco più di un anno. Il risultato s’è visto.

E si è visto anche il fallimento del governo di Roma. Non basta, in zona Cesarini annunciare la chiusura dei Fori imperiali al traffico, come fosse un cappello ficcato a forza in testa ai romani. Bisognava metter mano ai guasti di Alemanno, invece di subire ex post le conseguenze delle inchieste giudiziarie. Così, meritoriamente sospesi gli appalti dubbi delle cooperative di manutenzione del verde, l’estate è passata senza che aiole, e giardini, e parchi storici venissero falciati e curati, se non dai pochi dipendenti dell’Ufficio giardini oberati di lavoro.

Che fare allora? Sparito il Pci, semichiuse le sezioni del Pd, non è che la città sia morta. Ci sono fermenti dovunque, anche in periferia. Ci sono orti urbani che vengono piantati e curati, e producono socialità. Ci sono lotte alle speculazioni edilizie (di norma boicottate da Municipi e assessorati, come la recente vicenda della Lidl di via Acqua Bullicante, funzionari che mentono, che prendono tempo, che impediscono per oltre 30 giorni l’accesso agli atti chiesti legittimamente dai cittadini). C’è il Museo dell’altro e dell’altrove, il Maam, più ricco e vitale del Macro e del Palaexpò, ignorato da sindaco e assessori. Ci sono i ragazzi dell’ex cinema America, che hanno impedito una speculazione edilizia e creato una comunità di cinefili a Trastevere senza trovare ascolti istituzionali. Intanto Il cinema Aquila (pubblico) resta chiuso, come l’Angelo Mai, come il Teatro Valle: lì c’erano fermenti vitali che il comune ha deciso di estromettere. Altro che Estate romana, che i fermenti li sosteneva e li metteva in circolo.

Sarà perché la giunta Marino non nasce da un’opposizione agli anni di Alemanno, dice Walter Tocci, tra i pochi senatori a votare contro l’ultima, pessima, riforma costituzionale. Non è stato affatto elaborato il lutto della sconfitta del 2008, al sindaco fascista è stato consentito di far qualsiasi cosa, apertamente e in segreto. Non si è cercato di fermarlo o di lanciare l’allarme nemmeno per gli scandali più patenti, le piscine olimpiche, la pioggia di cemento che negli ultimi giorni diventò un diluvio. “Una catastrofe. Sarebbe un bel segnale – propone Tocci – se il Pd lasciasse per un giro, se non si presentasse. Se si formasse una lista civica che favorisse la crescita di intelligenze, di competenze. E la mobilitazione democratica, così da avviare grandi riforme, quelle vere che poi diventano irreversibili”.

E Tocci si spinge più in là: aboliamo il Comune, costruiamo una nuova forma istituzionale. Discutiamone, ci sono pro ma anche contro. Il senatore insiste: il comune è fuori misura, troppo grande per stare vicino ai cittadini, troppo piccolo per governare i grandi cambiamenti strategici. Al posto del comune una città metropolitana (elettiva, però) di rango regionale, i municipi elevati a rango comunale. Così anche, smantellando le burocrazie regionali e comunali, da riformare la pesante macchina amministrativa, formata da ottimi funzionari ma anche da persone meno impeccabili. La nuova istituzione dovrà essere impegnata innanzitutto a riconquistare la credibilità distrutta dai recenti scandali. Avrà i poteri legislativi per governare contando sule proprie risorse, come le Regioni. Quando chiederà allo Stato qualcosa dovrà dimostrare che è nell’interesse non solo dei romani ma di tutti gli italiani”.

La corruzione vince se fa leva sulla rassegnazione, l’idea che nulla si possa fare per cambiare il futuro, conclude Tocci: in questo humus prolifera la corruzione, il piccolo tornaconto, la tendenza che sta meridionalizzando la Capitale. Ora che non sono più disponibili spesa pubblica, rendita immobiliare, consumismo omologato va cercata un’altra via. Per tornare ad essere una citta vitale, per cancellare il marchio infamante di “città coloniale” che gli impresse Pasolini, che pure l’amava moltissimo: “Non si piange su una città coloniale / eppure molta storia passò sotto questi cornicioni / col colore del sole calante / e fu spietata”.

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