4stelle Hotel, storia di un’occupazione

Il primo è stato il fotografo Tano D’Amico, negli anni Settanta. Fotografava i ragazzi del movimento, i rom, gli occupanti di casa, i diversi. Diceva che le definizioni si trascinano dietro gli stereotipi, e che lui guardava i suoi soggetti come persone, dunque non più soggetti ma protagonisti. Infatti: i suoi ragazzi, le donne, i bambini sono trattati con rispetto, nessuno gli ruba la dignità, e dunque sono fieri, belli. Tano D’Amico ha fatto scuola, a giudicare dal lavoro interattivo che ha vinto il Premio Alpi 2015, “4Stelle Hotel. Una giornata ordinaria in un posto straordinario”, web documentario di Valerio Muscella e Paolo Palermo.

In che senso web documentario? Basta andare all’indirizzo http://www.4stellehotel.it/ per trovarsi di fronte alle vetrate del palazzo dell’Eurostar Congress, ex albergo chiuso nel 2011 e occupato un anno dopo da 218 famiglie, cinquecento persone organizzate dai Blocchi precari metropolitani. Sulla via Prenestina, tra Tor Sapienza e Mistica, l’ex albergo è diventato il rifugio di cinquanta rifugiati, 218 provenienti dal Corno d’Africa, 85 dall’Africa sud-sahariana, 28 dall’est Europa, 29 dall’America Latina, quattro italiani, venti nuovi italiani. Tra loro, ottanta bambini sotto i 13 anni. Molte le coppie miste.

Sulle vetrate dell’hotel i quattro campi di scansione temporale (mattina, pomeriggio, sera, notte) raccontano la vita quotidiana, l’organizzazione dell’occupazione e le vicende delle persone approdate lì. Vicende che si possono seguire anche singolarmente, persona per persona: foto e video accompagnano il viaggio in una realtà complessa.

Persone, non soggetti. I bambini, molti nati al 4stelle Hotel, vanno a scuola e giocano, litigando tra maschi e femmine come in tutti i cortili romani. Mahamud, Manuel, Aziza, Alan, Fatima, Roberto, Maria, Bashir, Micol, Anna… nei loro nomi quattro continenti, nei loro occhi il futuro. Ma c’è chi dice no: il Piano Casa all’articolo 5 (contro cui il 16 ottobre 2015 ci sarà sit in a palazzo Chigi) prevede il distacco delle utenze per chi occupa, e la cancellazione della residenza: senza residenza niente scuola. Possibile penalizzare i bambini privandoli dell’educazione?
Ecco la palestra di boxe, messa su dal peruviano Antony per i bambini dell’occupazione. Ecco l’etiope Ninish, due figli ancora laggiù. Ecco la solidarietà fattiva, l’accoglienza provvisoria agli abitanti di un’occupazione appena sgomberati in via Tre Teste. Ecco Ibrahim, che scrive un diario e ripercorre la strada che l’ha portato qui. I suoni della vita quotidiana accompagnano le loro testimonianze.

Come si organizza una convivenza tra tante culture diverse? Per il cibo, ad esempio, ci sono quattro cucine divise per culture culinarie: africana, russa, sudamericana e araba, un piccolo ristorante mediorientale gestito da Zubida. Le feste religiose si solennizzano nel salone, a seconda delle scadenze. Il resto si fa insieme, insieme i turni di portineria, insieme le discussioni sui problemi organizzativi. Insieme si resiste ai tentativi di sgombero, come quello del 2 maggio 2013.
Il lavoro per “fabbricare” questo web documentario è stato lungo, lungo quasi come l’occupazione: “Siamo andati al 4stelle Hotel Valerio e io qualche giorno dopo l’occupazione, e siamo stati colpiti da una realtà molto composita. Dopo qualche mese ci siamo chiesti come raccontarla, e abbiamo scelto questo modo, mescolando video e foto e racconto scritto, così da comunicare la diversità delle persone, racconto verticale e orizzontale. C’è chi è da poco in Italia, chi ci vive da vent’anni. Chi ha i documenti a posto e chi no. Chi dormiva per strada e chi è stato sfrattato. Abbiamo studiato il filo della narrazione, la vita quotidiana, i video sono approfondimenti. Lo stile è sporco? Forse: abbiamo cercato un linguaggio che possa restituire la complessità di quel luogo, le sue asprezze e le sue contraddizioni”.

Non dev’essere stato un lavoro facile, soprattutto perché condiviso con gli abitanti del 4stelle Hotel. Le asperità del confronto, a volte, la fatica dell’impegno di frequenza, finché la macchina da presa e quella fotografica diventassero trasparenti, la capacità di deporle e fermarsi a discutere… “Sì, per due anni siamo spesso andati lì – dice Palermo – a volte ci hanno criticato, ma raramente. Forse il nostro voler raccontare la loro storia, il nostro giudicarla interessante e appassionante ci ha aperto una strada, le occupazioni e ci ci vive spesso sono considerati marginali. O forse è piaciuta la nostra voglia di raccontare le loro storie senza prevaricazioni”.

Senza prevaricazioni ma con un’intenzionalità precisa, dice il fotografo Valerio Muscella: “All’inizio volevamo documentare, poi siamo diventati più ambiziosi, abbiamo scelto la narrazione, discutendo insieme come raccontare, come integrare foto che evocano il video, assecondando il testo scritto e sonoro. Tanto da organizzare il lavoro prima ancora di farlo e, a volte come per i ritratti, addirittura chiedendo alle persone di sedersi sul letto, così da fare ritratti simili nella forma e diversissimi nei contenuti, viste le diversità di provenienza, cultura e personalità. Richiesta che gli abitanti del 4stelle Hotel hanno accolto senza imbarazzi, come un gioco, infatti divertendosi”. Valerio è appena tornato dal un lungo viaggio al confine tra Austria e Ungheria, ha passato parte dell’estate a Calais, sugli scogli. “Da anni con Paolo seguiamo le vicende delle migrazioni, vogliamo continuare a fare reportage e foto, sperimentando il linguaggio multi e trans mediale”. Certamente però torneranno al 4stelle Hotel. Perché lì, conclude Paolo, oltre a rispetto reciproco ormai “si sono creati legami forti, vere amicizie”.

Testo pubblicato sull’Unità il 23 settembre 2015

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