La verità e il romanzo

Cronache da Mantova

«La letteratura è potenzialmente sovversiva: sfida il potere e dunque è un rischio». Mario Vargas Llosa, terzo premio Nobel di Festivaletteratura di Mantova, è il duecentosessantesimo evento che chiude la rassegna mantovana, gran successo di pubblico.  A dimostrazione che se i libri languono nelle librerie, gli eventi editoriali sono vivacissimi. Perché? «La letteratura mette in moto la fantasia e l’immaginazione, lavora sul linguaggio e accresce la conoscenza, l’uomo ha bisogno di narrazioni – dice Vargas Llosa – un buon romanzo dice la verità anche se mente. Guerra e pace non restituisce la verità storica di quella guerra, lo sguardo di Tolstoi era viziato dal suo nazionalismo russo. Ma che importa? Racconta l’orrore della guerra, la paura della morte, il coraggio, la battaglia, la viltà, la vita. È questa la verità». (Lo scrittore è arrivato da Certaldo dove ha ricevuto il Premio letterario internazionale Boccaccio, assegnatogli da una giuria presieduta da Sergio Zavoli, composta tra gli altri da Marta Morazzoni, Stefano Folli, Margaret Mazzantini che ha premiato anche Milena Gabanelli e Stefano Massini, ndr).

Dove cercare la verità? Che cosa oggi è urgente capire? Sorprendente la risposta: «La caduta del comunismo, la disgregazione dell’Urss. Il comunismo è stato per grandi masse di persone la speranza e l’utopia, la fede in un mondo migliore, una società perfetta senza sfruttamento, senza miseria, con uguaglianza e libertà. Un sogno che si è trasformato in un inferno dove non si poteva soddisfare il desiderio più semplice, elementare. Capire perché è una sfida importante per il mondo moderno». Oggi, intanto, ci sono problemi giganteschi: «La grande ondata migratoria, senza dubbio. Milioni di esseri umani che vivono nell’orrore della miseria, della mancanza di lavoro, dello sfruttamento, della violenza. Sì, anche della guerra. Bisogna trovare una strada per risolverlo, altrimenti ci troveremo di fronte a un periodo oscuro foriero di violenze».

Che cosa hanno dietro le spalle i fuggitivi, Vargas Llosa lo sa bene. Conosce l’Africa, è stato in Congo per raccogliere odori, sapori, storie: «Mi documento per poter mentire meglio – scherza. Ma poi torna serio – vengo dall’America Latina, so bene cosa siamo sopraffazione e violenza. Ma non ero preparato a quello che ho visto in Congo: lì ho compreso davvero la portata di una violenza e di una miseria inimmaginabili. In un paese così ricco, una realtà così corrotta e degradata…». Milioni di persone, dunque, che vivono in condizioni più che primitive, è logico guardino a paesi dove c’è libertà, sicurezza, decenti condizioni di vita.

L’Africa, le migrazioni. Ne parla anche David van Reybrouck, autore di un singolare libro di storia orale sul colonialismo belga e sulle forme di resistenza e liberazione popolare, Congo. Dice: è una delle questioni più calde, oggi, ovvio che sia al centro di un Festival di letteratura come questo: «Del resto l’esperienza del viaggio è legata alla fuga, una svolta di vita, l’arrivo in un luogo ignoto che forse diventerà casa. È una delle esperienze più intense e radicali della vita, protagonista dei grandi libri di narrazione, dalla Bibbia in poi». Non è un caso che van Reybrouck divida con Vargas Llosa l’ammirazione per Euclides da Cunha e il suo Os Sertoes (Brasile ignoto, in italiano) del 1902 sulla guerra di Canudos.

Singolare la lettura dei Fratelli Karamazov fatta da Gustavo Zagrebelsky, densa di passione civile. Ripercorre il conflitto tra il Grande inquisitore, seduttore di folle che vuol essere amato, e un Cristo che, alla fine, si perde negli oscuri meandri della città, di ogni città, tra noi. Restano gli interrogativi, sono gli uomini inclini al servaggio o alla libertà? Cederanno a chi li vuole liberare dalla fatica della democrazia, a chi li vuole sottomettere alla schiavitù della tecnologia? È allora che «la libertà è nella ribellione al potere, il potere è asservimento della libertà».

Passione civile anche nell’incontro tra Paolo Maddalena e Paolo Berdini, moderato da Francesco Erbani, «Le mani sulla città». Si parte dall’urbanistica, dal concetto di ius edificandi per arrivare alle battaglie per la difesa del paesaggio, contro le grandi opere, le cementificazioni, gli interessi edilizi della finanza. «Perché – spiega il giurista Maddalena – lo jus edificandi, il potere di costruire, è del comune, è pubblico, non del proprietario del suolo, lo dice l’articolo 41 della Costituzione che, tutta, promuove lo sviluppo della persona».

«Recuperiamo la civitas, le regole per ritrovare le forme collettive del governo urbano, quel capitale di intelligenza, arte e amore per la bellezza – è l’appello dell’urbanista Berdini – che ha fatto città armoniose e belle come Mantova. Chi ha oggi le chiavi dell’economia non ha alcun amore né legame con il territorio. Le grandi espansioni urbane, i grandi progetti, dovrebbero essere sottoposti a referendum confermativo». Difficile ma necessario difendere palmo a palmo le città. A Mantova accanto a Palazzo Te è stata concessa la licenza edilizia per un supermercato, incredibile. «Abbiamo purtroppo una classe politica asservita al potere economico – conclude Maddalena – ma bisogna ricordare che mano libera ai mercati significa vittoria delle multinazionali. Invece difendiamo il territorio che ci dà cibo e lavoro. È la terra che ci nutre, ci dà i sui frutti. Non la borsa».

Sarebbero d’accordo quelli di Genuino clandestino, una rete di contadini alternativi nata dall’esperienza di “Campi aperti” di Bologna, che hanno presentato un omonimo libro fitto di fotografie su una realtà che ormai corre da nord a sud d’Italia. Rifiutano i vincoli previsti delle norme comunali e europee e vendono direttamente, scavalcando i mercato rionali o organizzandoli da soli. Vogliono che la trasformazione e la commercializzazione del prodotto sia libera per chi produce, buona e salutare per chi compra e consuma. Fermenti vitali, in questi strani tempi di Expo.

(questo articolo è pubblicato anche su Succede oggi)

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