Laboratorio Ishiguro

Una vecchia coppia, Beatrice e Axel, in un paese rurale, antico. Una terra desolata dove tutti hanno la disabitudine a ricordare. I due coniugi sanno di aver avuto un figlio, perché non sia lì con loro l’hanno dimenticato. Per questo iniziano a viaggiare, a cercare figlio e memoria. Sulla via incontreranno folletti e cavalieri, re e giganti. Già, i giganti, sono sepolti in luoghi lontani, riportarli in vita è un rischio, un rischio lasciarli lì. In queste nebbie si muove Il gigante sepolto di Kazuo Ishiguro, al Festivaletteratura di Mantova, in un incontro moderato da Michela Murgia.

Un fantasy, come il precedente romanzo è stato definito fantascienza. Con garbo Ishiguro taglia corto: «Sono sorpreso da questo dibattito sui generi letterari. Non credo ci sia letteratura alta e letteratura di genere, non mi piacciono o ghetti, soprattutto se vogliono ingabbiare l’immaginazione, mentre invece ci sono libri buoni e meno buoni. Quanto a me, cerco di scrivere il migliore libro che mi è possibile, cosa c’entrano le etichette? Capisco, è un sistema utile agli editori, che pensano così di raggiungere i loro lettori. Ma i lettori, appunto, dovrebbero spezzare questi recinti».

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Scrivere è difficile, le parole e le storie a volte fanno resistenza: «Dopo anni di lavoro a volte perdo la testa – dice Ishiguro – farei di tutto per far funzionare la storia, per farla decollare. E dunque uso personaggi insoliti, Galvano, re Artù. E se poi somigliano al John Wayne di Sentieri selvaggi, è proprio quello che voglio». Senza dimenticare che nella cassetta degli attrezzi dello scrittore c’è una forte passione musicale. Ishiguro ascolta musica e la fa, suona piano e chitarra: «La musica è istintiva, mi aiuta a prendere decisioni artistiche, lascia libera la parte meno cerebrale di me».

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In viaggio per ricordare il passato, in viaggio per trovare se stessi: chi si è senza il proprio passato? Ma leggendo il libro, nota Michela Murgia, a volte si ha la sensazione che sia pericoloso disseppellirlo, che magari siano successe cose gravissime, tremende; tirarle fuori significherebbe rompere l’armonia, la pace. «Ma quando è giusto ricordare, quando dimenticare? – chiede Ishiguro – Per amor di pace si può accantonare un conflitto, nascondere una ferita, Ma quale pace può fondarsi sull’oblio? È vero per le coppie, per le famiglie, per gli amici, e anche per le nazioni, per i popoli. Si lascia perdere, si guarda avanti; ma quale amore può fondarsi sull’omissione? Pian piano comincerà a sfarinarsi, a dissolversi. Beatrice e Axel sono vecchi, sanno di avere poco tempo per ricordare e per continuare ad amarsi».

Quando a perdere la memoria sono le nazioni, prima o poi i conflitti riesplodono, Ishiguro ne è convinto. Ottimo lavoro giudica quello fatto in Sudafrica, alla fine dell’apartheid: una riconciliazione basata sul ricordo, sul dolore condiviso, sul fare giustizia pur senza pena. Bene ha fatto l’Europa a elaborare una sua strategia che ha portato oggi a vivere in pace paesi che si sono sanguinosamente massacrati nella prima metà del secolo scorso. Diverso è il discorso per il Giappone e la Corea, ad esempio, o per gli Stati uniti, dove il conflitto razziale ancora non trova una soluzione. Chi fa la guardia ai giganti sepolti? «E guardate quel che avviene in questi giorni con i profughi: Ogni paese ricorda le proprie responsabilità in modo diverso, ognuno si racconta una sua storia invece di accertare e accettare le proprie responsabilità». Poi torna al Gigante sepolto: il mio, assicura, non è un saggio, è un romanzo che lavora su sentimenti ed emozioni. «Sapendo che i sentimenti sono complessi, ambivalenti, si mescolano tra loro, s’intrigano. Scrivo per condividerli con chi mi legge, vorrei chiedergli è così anche per te? Così da fare insieme, in qualche modo, il viaggio della vita».

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