La sfida del libro

Cronache da Mantova

Succedono cose, a Mantova. Persino troppe. Si rischia la bulimia e l’amnesia, tanti sono appuntamenti, spesso sovrapposti. Si fa fatica a scegliere tra desideri; si ha la sensazione di aver perduto l’incontro fondamentale, quello che ti apre il cuore e il cervello a un nuovo autore, a una storia appassionante, a un pensiero forte, a una testimonianza di verità.

Succedono cose in questa città invasa dal Festivaletteratura. Che entra nelle vetrine dei negozi, nei menu dei ristoranti, nei mercati, nelle scuole. E dissemina di eventi i monumenti, i palazzi storici, le piazze e i cortili, tanti. Fino ai gazebo, fino alle bancarelle.

Libri ovunque. Se ne parla con passione, con arguzia, con astuzia. Difficile capire qualcosa delle radici del mercato editoriale, i grandi sommovimenti tellurici che mostreranno i loro effetti negli anni a venire, ad esempio la liaison dei giganti Rizzoli-Mondadori. Di questo non si parla apertamente, forse si aspetta. Non si parla nemmeno delle questioni industriali, pubblicare un libro oggi è facile, poco costoso, fin troppo. Di qui un’invasione di nuove uscite, e le librerie spesso, lo spazio è quel che è, sacrificano i classici. E i piccoli editori continuano ad arrancare.

Si parla moltissimo di genere, di letteratura rosa, gialla o noir. Di libri sul cibo, ricette e affini, scarse le critiche radicali al modo di produrlo. Di musica, come farla e come capirla, come goderla. Di libri per ragazzi, come quelli pulp che vanno fortissimo di Kevin Brocks (L’estate del coniglio nero), e quando lo si sente parlare davvero non si capisce da dove venga tanta passione per lo splattter. I ragazzi leggono poco? Non leggono quel che leggiamo e scriviamo noi, spiega Hans Tuzzi, alias Adriano Bon, lasciando con garbo lascia un graffio profondo: «Che ci siano cinque milioni di ragazzi che non prendono in mano un libro mi dispiace, anche se credo usino altri strumenti per leggere. Mi dispiace di più che il 50% dei manager dichiarino di non leggere nemmeno un libro l’anno». Musil sarebbe d’accordo.

Donne ce ne sono tante. Donne diverse, che esibiscano il distintivo della marcia Perugia-Assisi o la spilla di brillanti, le birkenstock o i tacchi a spillo, terribili sullo splendido acciottolato. A loro sono dedicati molti degli incontri, come quello su Christa Wolf, protagonista la nipote Jana Simon che ha recentemente pubblicato in Germania un testo di conversazione con i nonni, Siate intrepidi, malgrado tutto. Perché questa intellettuale scomoda e eretica, ma a suo modo fedele, scrive nel suo messaggio Anita Raja, non ha mai tradito l’idea di politica come azione, come ricerca del bene comune, di tensione verso una società egualitaria o, almeno, attenta agli ultimi.

C’è Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, ucciso dalla Nigeria per il suo impegno contro le multinazionali del petrolio, che presenta il suo libro sul ritorno nella patria-matrigna e discute con Alberto Notarbartolo sulla presenza – meglio l’assenza – delle donne nei film di Hollywood, e non solo come protagoniste, ma anche come autrici e sceneggiatrici. C’è l’incontro sulle poetesse, che ha portato in scena Antonia Arslan, il racconto del genocidio armeno e insieme la musica e la poesia di quel popolo dimenticato dalla cattiva coscienza del mondo.

C’è l’impegno, la testimonianza. Gino Strada che ha festeggiato la vittoria su Ebola ma ha ricordato che dagli ospedali dovrebbe essere esclusi corruzione e pareggio di bilancio, che tutti e non solo i ricchi avrebbero diritto di prestazioni di alta qualità.

Il fotografo Mario Boccia, insieme a Raniero La Valle, ha mostrato le belle e drammatiche foto della marcia dei 500 a Sarajevo, impresa utopica e apparentemente impossibile di interposizione tra fazioni in lotta, che con la sua piccola vittoria ha aperto la strada al pacifismo di massa. Fotografie, ha sottolineato con amarezza, poco interessanti per i giornali dell’epoca, e dunque mai pubblicate.

Non manca la letteratura, la grande letteratura. Tra gli altri ci saranno Kazuo Ishiguro, Wole Soyinka, Javier Cercas, Andre Dubus, Tzvetan Todorov, Richard Ford, Okey Ndibe, Chiara Valerio, Sandro Veronesi.

Sembra vivo, il libro, vivissimo a giudicare dal successo di questo festival. È così davvero? A saperlo guardare, in filigrana serpeggia il timore delle nuove tecnologie, un neoconservatorismo che nemmeno si nomina più, accontentandosi della sopravvivenza giorno per giorno. C’è chi è convinto che i contenuti resteranno, quale che sia il supporto che li veicola, e saranno ancora più diffusi: come è avvenuto con la musica, che dai concerti è sciamata sui giradischi, alla radio, su cd e sul digitale, facendo sopravvivere ognuno dei mezzi di diffusione scavalcati via via dall’innovazione. Perché un bel libro ha una sua materialità, un odore, una carta da sfogliare a cui è difficile rinunciare. Ma l’enorme produzione delle riviste professionali, delle tesi di laurea, dei libri di evasione – riflette Hans Tuzzi – hanno una loro logica evoluzione nel virtuale. Del resto anche il libro, che oggi ci sembra avere un valore sacrale, è nato – pergamena e tavole di legno per copertina – per superare il fragile papiro quando i cristiani cercarono un modo di diffusione rapido e solido e duraturo per i Vangeli e le scritture sacre. I libri resteranno, se valgono. Quanto al digitale, bisognerà vedere se sarà solo un più comodo e rapido supporto o se grazie alle sue potenzialità peculiari saremo in grado di inventare nuovi modi di fruizione e di comunicazione del pensiero, delle storie, delle emozioni.

(questo articolo è pubblicato anche su Succede oggi)

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