Il romanzo quilt

Cronache da Mantova

Una macinava con passione carbone e pietre per fare i colori dei capolavori di Vermeer. Un’altra tesseva arazzi in una bottega belga. La terza scavava e studiava le ossa dei dinosauri, paleontologa prima ancora che nascesse la paleontologia. La quarta è migrante in America, nell’800; per vivere fa quilt, le grandi coperte di ritagli cucite e trapunte con pazienza e lavoro collettivo. Sono tutte donne le protagoniste dei romanzi storici di Tracy Chevalier, ospite ieri al Festivaletteratura di Mantova. Donne particolari, che fanno una scelta eccentrica, straniera al loro tempo. Ognuna studia, pensa, si attiva per seguire una passione oltre il destino usuale delle donne della sua epoca, ognuna scopre la sua via. Nessuna riesce a “sfondare”, a diventare famosa, ma ognuna lascia al nostro tempo un apporto di creatività, conoscenza, sapienza.

tracy chevalier quiltQuale sarà il prossimo libro, la prossima donna di cui scriverai? chiede a Tracy Chevalier Chicca Gagliardo, che guida l’incontro. «Sarà anche questa – come quella di Honor, la creatrice di quilt – la storia di una ragazza che emigra, che va dall’Inghilterra all’America dove si scontra con lo schiavismo. Anzi, scopre che tutta l’economia americana si fonda sullo sfruttamento degli schiavi. Per questo si unirà a un gruppo di persone che aiutano gli schiavi fuggitivi. La fuga dalla miseria, la ricerca della libertà».

Come nascono queste storie, come si dà voce a un personaggio? «Per flash intuitivi – dice Chevalier – l’idea di un libro viene in un attimo, in un attimo capisci che un personaggio può fare un atto inconsueto, può uscire dallo schema. Scintille occasionali che mi accompagnano durante tutta la stesura di un libro, iniziata non senza un lungo lavoro di documentazione preventiva. Studio, mi documento, poi penso ai personaggi: ognuno ha la sua voce, quella giusta, la sua. Se i personaggi non hanno una loro voce non c’è trama che stia in piedi».

tracy chevalier quilt2I quilt, le grandi coperte patchwork, sono pensate, tagliate e cucite utilizzando stoffe di recupero, pezzi di abiti dismessi, con un paziente lavoro di progettazione e assemblaggio. Tracy Chevalier ha una gran passione per queste coperte, e le fa: è stato il modo, dice, in cui le donne americane hanno potuto fare qualcosa di bello, uno spazio di libertà pur se confinato in camera da letto: «I quilt inglesi sono rigidi, hanno colori freddi, motivi contenuti e grande precisione di esecuzione. Le americane invece amano i forti contrasti, il rosso e il bianco, realizzano coperte in poco tempo, a volte sembrano un pugno in un occhio». Quelli che realizza lei hanno sempre, dentro, una scintilla creativa, i piccoli lampi di giallo che interrompono l’armonia dei blu e dei porpora, Il tessuto di un vestito portato da giovane, la stoffa di pantaloni dimenticati a casa da un amico. Storia, insomma.

Scrivere del passato, cucirne insieme i pezzi, aiuta a capire, a prendere distanza da se: «Intendiamoci – dice Chevalier – funziona così per me. Ci sono bravissimi scrittori che lavorano sul loro presente, ad esempio Elena Ferrante. Io cerco il presente nel passato, così riesco a coglierli entrambi». Forse perché, dice Chicca Gagliardo, bisognerebbe cambiare punto di vista: pensate a antenati e posteri, stessa radice di anteriore e posteriore. Spesso si dice che davanti a noi c’è il futuro, il passato è dietro e sembra inutile guardarlo. Invece il passato è davanti a noi, è l’unico che possiamo vedere davvero. «Conoscere il passato fa di noi persone più colte, più raffinate, capaci di capire che non è una linea continua ma un tessuto di vicende e storie – conviene Chevalier –. Dovremmo guardarlo in faccia, avvolgercelo intorno come fosse una coperta, collegarlo al mondo in cui viviamo. Essere capaci di capire che, a un certo punto della vita, tutto diventa una sola cosa».

(questo articolo è pubblicato anche su Succede oggi)

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