Orte, un tesoro sotto i piedi

Non capita spesso di ammirare (quasi intatto) un sistema idrico archeologico. Orte, abbarbicata sulla sua rupe di tufo, ce l’ha. I cunicoli scavati nella roccia dagli etruschi prima, poi dai romani e nel medioevo, portavano l’acqua dalle sorgenti delle Grazie attraverso duemila metri scavati nella roccia friabile e spugnosa del luogo, fino alla Fontana ipogea in piazza della Libertà. Ipogea oggi: in epoca romana probabilmente era a livello della piazza, come mostrano le vie e i resti conservati ai piedi della gradinata della chiesta.

Di qui si entra per una visita guidata lunga 280 metri. Ma se i cunicoli, usati anche dopo il medioevo come luoghi di produzione o cantine, fossero ripuliti da calcinacci e rifiuti, si passeggerebbe sotto tutto il centro storico: eccetto un punto dove, durante i lavori della metanizzazione, la macchina scavatrice sprofondò dopo aver intercettato un cunicolo. E si pensò improvvidamente di riempire con una valanga di cemento compresso il vuoto inaspettato. Possibile non ci fosse un sistema meno devastante?

Quel che si visita per ora, grazie ai volontari dell’associazione culturale “Veramente Orte” (per informazioni e prenotazioni 071/404357, visitaorte@gmail.com) è già molto affascinante, chissà che non si riesca a rendere praticabile tutto il percorso.

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Un acquedotto vero, scavato nella roccia e manutenuto con accuratezza, abbassando il livello dei condotti quando l’acqua scemava, aprendo vie di fuga in caso di piene. Gli operai scendevano da pozzi grazie agli incavi sul muro, quasi una scala, e operavano con attenzione: l’acqua è vita, senza acqua la città, ricca di orti e giardini, sarebbe finita Più tardi le cisterne, le sale, i percorsi sarebbero stati usati per fare il vino (nell’ipogeo del Vascellaro lo testimonia la vasca in cui buttavano l’uva dall’alto, la pigiavano e il mosto confluiva poi in un pozzetto accanto, pronto per il tino) per allevare prelibati piccioni (nella colombaia rupestre) per ospitare i grandi telai per la lana (ancora nella colombaia) per conservare il grano (nel Pozzo di cocciopesto).

Singolare la vicenda del Pozzo di neve, sotto l’Ospedale: un frigorifero naturale, ottenuto pigiando in inverno la neve dei Monti Cimini in una struttura cilindrica chiusa per conservare medicamenti e erbe, con scivolo per il passaggio delle botti con il ghiaccio e scritta datata 1891, anno del restauro, con committente, realizzatore e destinazione d’uso della camera ipogea.

Difficile non pensare, chinandosi per passare nei cunicoli, quanto fossero faticose anche le più semplici necessità della vita, quanta cura per il bene comune avessero etruschi, romani e poi i vari podestà. Sarebbe bello se il comune di Orte, oltre a consentire il recupero e la gestione dei percorsi già liberati dai volontari, avviasse il ripristino di tutto il percorso. Sì, magari anche di quello ostruito dal frettoloso cemento della metanizzazione.

Bisognerebbe forse avere più coraggio, rivendicare il passato e dimenticare le piccole beghe – il diritto di passaggio qui, l’uso della cantina lì, la piccola rivendicazione meschina: come l’accesso al Ninfeo romano, pezzo di pregio, negato dai proprietari di un giardino – per sentirsi orgogliosi, tutti insieme, di una ricchezza che divisa non ha senso, unita racconta una storia di cura e sapienza da cui abbiamo molto da imparare.

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2 Comments

  1. L’illustrazione di quanto realizzato con Orte sotterranea è coinvolgente e completo e personalmente sono molto contento di aver contribuito, ma senza particolare orgoglio e mantenendo una opportuna modestia ad aver coinvolto amici di peso culturale a condividerne la conoscenza. PM

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