Il biondo Tevere. E il generale Garibaldi

Eccolo qui, che splende sotto il sole. Una meraviglia appare a chi scende sulle sue rive. Meraviglia zeccosa, avrebbe detto Pasolini, il limo che resta sulle banchine dopo le piene puzza, i salici e le canne che spuntano disordinati danno ricovero a gabbiani e nutrie. Ma come brilla l’acqua e che voli d’uccelli richiama. Quando si muove verso ovest, verso il mare, la riva si stende pacificata, dopo il percorso in gabbia tra i muraglioni. Sì, sono loro che separano il fiume dalla sua città. Eppure l’hanno salvata da inondazioni e pestilenze: grazie a Garibaldi, che pure i muraglioni aborriva.

Andò così: nel 1870, non era ancora Capitale d’Italia, Roma viene colpita da una piena devastante, quasi 18 metri di acqua nei quartieri popolosi e la città in ginocchio. Che fare? Ci fu una commissione e tre progetti, ma i denari? Fu allora che Garibaldi presentò una legge che dava all’arginatura del Tevere il crisma e i soldi della pubblica utilità. Anche se poi il suo progetto, quello di scavare un canale ad est che deviasse l’acqua del Tevere dal centro, non fu preso in considerazione, del chè il generale si amareggiò moltissimo. Invece ecco i muraglioni, sopra cui scorre il traffico isolando i barconi, gli approdi, la vita fluviale. Funzionò per le piene, un po’ meno per la malaria che continuò a flagellare Roma fino agli anni ’50.

E’ così. Il fiume è separato. Si vede dall’alto dei ponti o dal basso dell’argine, se si scende sulle banchine. Di lì il fracasso del traffico è ovattato, si sente il gorgoglio dell’acqua, stridi di anatre e rondoni. C’è chi corre, chi passeggia, i fidanzati che si abbracciano o che litigano. Ci sono gli accampamenti disperati di chi non ha altro luogo dove andare, cacciato dalla città “civile”, civile tra virgolette. Ogni tanto fanno una retata, mandano via homeless e rom, immigrati senza documenti e ragazzi sbandati. Torneranno, il fiume ha le braccia larghe: accolse Romolo e Remo, figli bastardi di una donna uccisa dalla sua gente, e i loro successori portarono la corona. Accolse schiavi in fuga e popoli sconfitti e ne fece dei dominatori. Per quanto costretto, per quanto ingabbiato, volete che non accolga quel che la gente per bene non vuol vedere, che la città ufficiale rifiuta?

Lo farà, infatti. Fin quando Roma diventerà davvero civile e non ci sarà bisogno di ricoveri rimediati. Allora degli argini si impadronirà la natura, flora e fauna, e i giovani e i bambini scopriranno le sue meraviglie. Invece delle meste bancarelle estive, cinema e teatro e giochi e poesia. Chissà che nella notte non si senta, finalmente riconciliato, il fruscio del mantello amerindo del generale Garibaldi.

Questo testo è stato letto giovedì 16 aprile al Biondo Tevere, nel corso del reading “Barcaroli controcorrente 2” organizzato da Daniela Amenta

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