Povere città, fallite e in catene

In crisi, in dismissione. Che le città del Duemila siano gravate dal peso di una mutazione liberista non c’è chi lo negherebbe. Da bene comune, territorio gestito nell’interesse collettivo, stanno diventando palestra di liberismo, terra di scorribande della finanza più o meno pulita. “Le città fallite” le chiama Paolo Berdini nel suo ultimo libro, sottotitolo “I grandi comuni italiani e la crisi del welfare urbano” (Donzelli editore, pag. 159, 19,50 euro).

La malattia ha un virus antico, molto più antico delle nefandezze di questo inizio secolo. Nasce dalla speculazione edilizia anni ’50, che ha governato Roma a macchia d’olio, ha costruito Milano senza riguardo per paesaggio e bellezza, ha creato una crosta di case abusive di pessima qualità architettonica e qualitativa. E poi ci si meraviglia – neanche Biancaneve – del fatto che a Roma si spenda per l’illuminazione pubblica più che a Parigi. A Parigi furono espropriate preventivamente tutte le aree di espansione urbana, estromettendo dunque da ogni decisione i proprietari fondiari e seguendo solo l’interesse pubblico (sì, anche quello di non creare quartieri lontani e separati dal corpo urbano, che richiedono costosi collegamenti viari, fognari, elettrici e idrici per non parlare della raccolta dell’immondizia). Ma quando questa ricetta liberale (non liberista) venne proposta in Italia dal ministro Fiorentino Sullo, apriti cielo. Era il 1962, lo statista democristiano fu trattato come uno staliniano incallito: il Tempo lo accusò di voler sottrarre agli italiani le loro case. L’esproprio preventivo delle aree avrebbe consentito, al contrario, di calmierare il mercato delle aree, di agevolare l’accesso alla casa in proprietà, di avere città più ordinate e gestibili.

Ma a quel virus di arretratezza se ne sono aggiunti dei nuovi, contrabbandati sotto il segno della modernità. I condoni, ad esempio: che hanno mostrato l’inutilità di seguire le regole, il vantaggio dell’evaderle. I provvedimenti estemporanei che hanno azzoppato i piani regolatori, come il “Piano Casa” che – al grido di “padroni in casa propria – concede moltissimo agli speculatori e lascia senza casa chi non ce l’ha. O come la proposta abolizione degli standard urbanistici, che lascerebbe senza verde, scuole e servizi i nuovi quartieri. O come la decisione di non vincolare gli oneri di urbanizzazione pagati dai costruttori per l’urbanizzazione primaria, con l’ovvio risultato, in tempi di vacche magre, che i comuni invece di realizzare collettori e raccordi stradali li useranno per la spesa corrente e peggio per chi ci andrà ad abitare, in quelle case.

Da questo punto di vista siamo fuori dall’Europa, euro o non euro. Il danno per il paesaggio, l’ambiente e la vivibilità urbana non va descritto, basta guardarsi intorno. Berdini analizza invece alcuni casi particolari, soprattutto recenti: dallo scandalo di Sesto San Giovanni a Mafia Capitale. Dalla ricostruzione dell’Aquila al quadrilatero Umbria-Marche. L’attacco al welfare urbano e il legame stretto tra speculazione immobiliare e malavita, mentre si demolisce, intanto, anche quei presidi del territorio che hanno preservato dal peggio, finora, le città e il paesaggio, quei coraggiosi burocrati (ce ne sono, ce ne sono, non date retta alle sirene liberiste) come alcuni soprintendenti che hanno saputo dire no a sindaci avventati. E dunque vanno eliminati alla radice.

Sembra archiviata l’epoca delle riforme, tra cui quella che avviò la costruzione di case popolari. Già, ma poi chi le ha gestite le case popolari? Da stock abitativo per persone in emergenza abitativa o sociale sono diventate sinecura, così trascurate da rendere più redditizio venderle – costruite all’epoca in zone di periferia estrema, ormai sono diventate quasi centrali – a chi le occupa, anche senza titolo. Con la prospettiva, cara ai costruttori, di farne altre più in là per le prossime emergenze abitative. E ancora e ancora.

“E’ preminente interesse pubblico bloccare la corsa all’ulteriore espansione della città e ridurre a zero il consumo di suolo a fini insediativi e il mantenimento della parte naturale che è il luogo della biodiversità – conclude Berdini – è indispensabile un provvedimento di moratoria del cemento, sospendendolo per il tempo necessario a ricostruire per ciascun comune il quadro reale dello stato del territorio e quello dei servizi pubblici”. E infine “Le città per loro natura sono invece i luoghi in cui si costruisce un futuro migliore per le prossime generazioni. Dobbiamo tornare a questa concezione di prospettiva lungimirante che solo la città pubblica è in grado di garantire”.

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