Dall’Expò ai campi

Possibile che l’Expo 2015 rappresenti l’agricoltura d’eccellenza e si affidi a sponsor come Coop Algida, Coca Cola, Ferrero, Monsanto? E’ davvero corretto farsi finanziare da multinazionali e grande distribuzione? No, ecco perché.

C’è naturalmente la filiera d’eccellenza, i piccoli produttori che riscoprono un cibo dimenticato, un modo di coltivare perduto, un seme o un frutto antichi. Ma il grosso del nostro cibo è altro. I cereali sono battuti in borsa, ormai hanno un valore finanziario ancor prima che nutritivo. E bisognerebbe andare nelle campagne italiane a vedere come si coltiva quel che arriva nei mercati e nei supermercati, se pure non si voglia guardare a quel che avviene nei grandi centri all’ingrosso.

Bisognerebbe andare nei campi a guardare come si coltiva, con quanto dispendio di chimica, con quanto sfruttamento umano. Ma chi ci va? Cinquanta associazioni si sono ritrovate, qualche giorno fa, a discutere di “Grave sfruttamento lavorativo degli immigrati. Quali politiche in Italia e in Ue?” presso il Cesv di Roma. Giuristi dell’Asgi, rappresentanti di associazioni che lavorano sul campo (Sos Rosarno, Io ci sto, Caritas, Radio Ghetto) sindacalisti, Medici per i diritti umani, cooperative sociali come Parsec o Bee free.

Che succede, dunque, nei campi? “Le filiere agricole vogliono lo sfruttamento dei caporali e dei capineri – dice Mimmo Perrotta, università di Bergamo – a cominciare dalla grande distribuzione e dalle aziende conserviere. I lavoratori no, ma spesso per ora è l’unico canale che li metta in contatto con i datori di lavoro”. Inutile sperare che denuncino i caporali: utopia, “Finchè almeno non si predispongano canali protetti con sportelli sicuri, e percorsi di immissione al lavoro regolare” sostiene Federico Di Mei, Altro diritto. Attenzione: la crisi ora spinge anche qualche italiano ad accettare i salari e le condizioni di lavoro finora appannaggio degli africani, racconta Arcangelo Maira, scalabrinano animatore dei campi “Io ci sto”: “Anche nelle campagne esiste la tratta sopratutto tra lavoratori europei, rumeni o bulgari. Però i percorsi spesso sono diversi. Nessuno obbliga i lavoratori a vivere insieme ai caporali, nel Ghetto di Rignano, ma c’è un insieme di dipendenze che li costringe lì. E sopratutto una diffusa mentalità dell’illegalità, in Italia: invece di tollerarla bisogna batterla insieme”.

Non è tanto questione del permesso di soggiorno, anche se la Bossi-Fini ci mette il suo carico: nelle campagne molti lavoratori sono richiedenti asilo, molti sono europei. Bisognerebbe imporre alla grande distribuzione di mettere in etichetta non solo la percentuale di frutta nei succhi o nei pelati ma anche dove sono prodotti e in quali aziende. E magari il bollino che certifica siano stati raccolti con un lavoro legale.

“Le rumene e le moldave che lavorano nelle serre del ragusano non hanno caporali – dice Alessandra Sciurba, Università di Palermo – ma vivono lì con i figli, in condizioni di segregazione assoluta, a volte sottoposte anche a sfruttamento sessuale. Un fenomeno in crescita in questi ultimi tre anni, in chi si è visto il Cara di Mineo diventare un luogo di reclutamento di manodopera”.

Bisognerebbe che i sindacati ritrovassero la sua vocazione antica, quella di sindacato di prossimità, incalza il sociologo Enrico Pugliese – dovremmo tutti riflettere come avvicinare domanda e offerta di lavoro: nella piana del Sele negli anni ’50 i braccianti si incontravano alla sede della Cgil, uno andava e contrattava per tutti.

Preistoria, forse. Certo è che studiare la filiera non è affatto una cattiva idea. Nonostante il forte dinamismo del mercato fondiario l’agricoltura che vince, almeno in Calabria, “è quella dei gestori delle Op, le organizzazioni dei produttori, dei grossi magazzini di lavorazione, spesso titolari di fondi consistenti che controllano il mercato, gestendo in oligopolio l’accesso ai canali della grande distribuzione organizzata. Lo dice un documento di Sos Rosarno: “ sono loro che rastrellano il prodotto a basso costo e fanno incetta di finanziamenti pubblici, a loro vengono dati i premi Ue alla produzione. Sono loro che crescono, braccio operativo della Grande distribuzione organizzata (Coop, Conad, Despar, Esselunga, Auchan, Carrefour) che ha esternalizzato le funzioni di approvvigionamento”.

Che fare, dunque? A lungo termine la ricetta è antica, cambiare il modo con cui si consuma, cambiare il modo in cui si vive, cambiare i rapporti sociali. A breve, le cinquanta organizzazioni che si sono incontrate a Roma hanno deciso di mappare la filiera agricola. Dal basso: così da formare “una rete più ampia possibile di soggetti che lavorano in questo campo perché nell’anno dell’Expo, quando si parla di eccellenza della produzione italiana, si tengano al centro i diritti di tutti i lavoratori e le lavoratrici delle campagne”.

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