Il silenzio della Medusa

Non è bastato il sit in degli studenti e la mobilitazione degli intellettuali di Foggia a salvare dall’abolizione il corso di laurea in archeologia. La scure del Senato accademico si è abbattuta su quel corso, dal prossimo anno le iscrizioni non saranno più accettate. Un peccato, ecco perché.

Da un visitatore superficiale Foggia viene immancabilmente definita brutta. Con qualche ragione: devastata dai terremoti e dai bombardamenti della II guerra mondiale, la ricostruzione non l’ha migliorata, anzi. Residuali i lacerti dell’antico centro storico, nelle vie del centro si possono ammirare misfatti se non abomini urbanistici: come quel condominio anni ’60, quasi un grattacielo, addossato al neoclassico Teatro Giordano, architettura ottocentesca di pregio. Chissà chi, e perché, all’epoca ne ha autorizzato l’edificazione.

Gli studenti di Foggia hanno un’altra idea. Per cominciare, scelgono come simbolo della loro lotta il volto della Medusa, la scultura che sovrastava l’omonima tomba ad Arpi oggi conservata al museo civico. Non a caso: più volte violata dai tombaroli, il monumento dauno oggi è praticamente abbandonato tra i campi agricoli, coperto da un discutibile manufatto simile a una fermata del metrò poi vandalizzato per incuria e noncuranza. E gli studenti sono convinti che, come quella rovina, la soppressione del corso di studi, “assolutamente in linea con le fallimentari politiche culturali italiane, sia l’ennesima sconfitta per un territorio che dovrebbe considerare il patrimonio archeologico come un valore identitario imprescindibile e tutelare chi sceglie di restare per studiarlo”.

Cosa nasconda Foggia, la sua periferia e il suo territorio lo mostra bene, e con passione, il lavoro di Antonio Fortarezza. Nel suo recentissimo documentario (qui il link) raccoglie insieme la storia della Tomba della Medusa e quella dei Cavalieri, intrecciate alla vita di Marina Mazzei, archeologa e funzionaria di stato che ha curato all’epoca gli scavi archeologici. Una vicenda emblematica: un’auto fermata per un controllo di ordine pubblico, nel bagagliaio tesori d’archeologia daunia. Di qui la scoperta della Tomba della Medusa, certo violata dai ricercatori clandestini ma architettonicamente intatta.

Scavi eseguiti nel migliore dei modi. Un allestimento rigoroso dal Museo civico. E il progetto di rendere visitabile l’ipogeo funebre, oggi isolato nella campagna ma a fianco della superstrada A14. La società Autostrade progetta uno svincolo con la valorizzazione del sito archeologico insieme al punto di sosta, un bar, uno shop. Poi ci ripensa, niente svincolo, ma il comune se vuole può utilizzare il progetto. Si trovano i finanziamenti, il cantiere parte, nonostante la sovradimensione degli edifici di protezione e la discutibile estetica. Poi un contenzioso tra impresa e committente blocca tutto, seguono anni di abbandono. E torna, vittorioso il vandalismo.

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Gli edifici, quasi terminati allora, oggi non hanno più impianti elettrici. Molte delle vetrate sono sfondate. L’acqua e il freddo hanno dunque fatto il loro lavoro. I ladri anche: per rubare un capitello buono da vendere al mercato nero hanno abbattuto una colonna. Chi li vede, del resto, mentre le auto sfrecciano lì accanto? Anche per questo c’è chi pensa che per proteggere il sito, stando così le cose sarebbe meglio reinterrarlo.

Mai inaugurato, è già un rudere. Eppure l’ipogeo della Medusa aveva entusiasmato intellettuali e archeologi. Lo sguardo della scultura marmorea non può non colpire. Che sia ora l’emblema del fallimento della cultura e dello stato, oltre che della sistemazione dei siti archeologici, è davvero una beffa.

Ora il sito è abbandonato, sconosciuto alle rotte turistiche, come fosse riservato a una setta segreta: ci va solo chi sa. Anche grazie a questo video, alle immagini e alle parole di Giuliano Volpe, Gloria Fazia, Saverio Russo, il numero di chi sa può aumentare. E’ sperabile che molti siano foggiani: solo se si conosce si ama. E si può sconfiggere la prevalenza dei barbari. Che siano tombaroli, costruttori, o finanche universitari.

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