Dal tramonto all’Appia

Un successo. “Ci aspettavamo trecento persone, ne sono arrivaste più di tremila” dice una funzionaria della Soprintendenza archeologica. L’affanno c’è nei trasporti: pieno il parcheggio, auto in seconda fila sull’Appia nuova, code per riuscire a prendere le navette di servizio. “Dall’Appia al tramonto”, evento speciale dei beni archeologici che ha aperto venerdì sera al pubblico per la prima volta nella tenuta di santa Maria Nova splendidamente restaurata.

Sull’Appia antica c’è una ridda di cancelli, a volte di muri. Quando si varca quello al numero 251 si ha un esempio di quel che nascondono gli altri: quattro ettari di campagna irti di monumenti, impreziositi dai mosaici dove rivivono i fasti gladiatori – il vincitore Montanus, l’arbitro Antonio, lo scudo dello sconfitto – dell’epoca di Commodo, 161-192 d.C.

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Ecco la chiesa di santa Maria Nova al quarto miglio, medievale. Ecco il casale Castellum Acquae, trasformazione di una cisterna d’era imperiale collegata agli acquedotti, poi trasformata in deposito agricolo, in sede convenutale dei monaci olivetani, in villa di lusso e persino set cinematografico dei nobili romani e dei ricchi americani. Proprio da un americano la Soprintendenza acquistò a trattiatva privata la tenuta (un milione e trecento mila euro nel 2006), ultimo atto del soprintendente Adriano La Regina. Poi gli scavi, che hanno riportato alla luce e allo splendore il basolato antico, un’area cimiteriale e la villa già segnatala dai disegni ottocenteschi di Luigi Canina: terme e lastre marmoree per accogliere la guarnigione dell’imperatore Commodo, a servizio della Villa dei Quintili. Altri 20 ettari – aperti al pubblico da tempo, questi – che si uniscono a questi ultimi nell’embrione di quel che dovrebbe essere il grande parco dell’Appia antica. Un sogno, ancora: nonostante la parte pubblica – villa dei Quintili, villa dei Sette Bassi, Santa Maria Nova, Mausoleo di Cecilia Metella con il Castello Caetani e la chiesa di San Nicola, del sito di Capo di Bove, acquistato nel 2002, da villa privata trasformato in luogo per la fruizione e centro di ricerca e documentazione, oltre ai 140 ettari tra Caffarella e complesso di Massenzio – la quasi totalità del parco è in mano privata, spesso preda di abusivismo. “Nonostante i vincoli a tutela del patrimonio archeologico e paesaggistico che va considerato unitario, nonostante la legge regionale del Parco, l’abusivismo ha qui assunto dimensioni di cui tutti dovrebbero vergognarsi – dice Rita Paris, della soprintendenza archeologica – privati che hanno commesso le violazioni, amministrazioni che hanno lasciato che questo diventasse lo stato di fatto gravissimo con cui oggi doversi confrontare, motivo di infiniti contenziosi amministrativi derivati dalla necessità, almeno da parte della mia Soprintendenza, di applicare le regole”.

Che il rispetto delle regole sia difficile da ottenere, che il grumo di interessi privati intenda ancora fare mil bello e il cattivo tempo sull’Appia lo dimostra l’ultimo – non l’unico – episodio di vandalismo. Proprio alla vigilia dell’inaugurazione, il tentativo di sfondamento di due finestre del casale, per fortuna con vetri blindati ma il danno c’è pure stato. E il sabotaggio dei bagni pubblici durante la festa, prima impeccabili.

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Regole, qui, significano bellezza. Una bellezza che dovrebbe essere di tutti e che invece i piccoli egoismi privati non si peritano di devastare. Come il Complesso di S. Urbano sull’Appia all’altezza di Via dei Lugari, attrezzato nella metà degli anni 80 per un capriccio privato con tinello, cucina e barbecue, oggi inaccessibile e abbandonato. Quelle tremila persone – tra loro anche l’assessore all’urbanistica Giovanni Caudo, buon segno – che venerdì sera hanno scavalcato difficoltà logistiche e di trasporti per affollarsi a s. Maria Nova lo hanno capito. E il resto della città, sindaco compreso?

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