L’Aquila ferita

Non è più quel mare di macerie, fotografato e rifotografato sui media di tutto il mondo. L’Aquila ferita è ancora lì, incerottata. Andarci oggi, per chi l’ha conosciuta e amata da viva, è uno shock, per quanto previsto e temuto.

Era di pietra, oggi è il legno e l’acciaio che la tengono su. Come incerottata, steccata, ingessata da tubi innocenti, tiranti, puleggie, manufatti di carpenteria. Le finestre non ridono, dietro le stampelle che ne sorreggono il ciglio. Gru ce ne sono, tante, e questo è il lato positivo: qualche cantiere è aperto, finalmente. A cinque anni da terremoto che fece ridere qualcuno, che arricchì qualche altro.

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Restano, lontanissime, le new-periferie senza servizi e costruite alla meglio in cui sono costretti tanti aquilani. Lo spettacolino con cui Berlusconi emulava il Mussolini delle paludi Pontine è indimenticabile. “C’erano perfino i fiammiferi sul focolare” dicevano i contadini veneti a cui veniva consegnata la casa colonica; “C’è anche lo spumante nel frigo” gongolava il Cavaliere.

Oltre allo spettacolino per il popolo, quello per i Grandi della terra, il G8 organizzato – coup de théatre, e peggio per i soldi già investiti alla Maddalena, uno spreco infinito – nella città ferita. Evento che ha prodotto pochi e magri strascichi positivi.

Lo spettacolo oggi continua. I bambini si affollano al Palazzetto colorato firmato da Renzo Piano e donato dalla regione Trentino, memento a chi sa vedere che quando si vuol fare si fa. Il Forte spagnolo è ancora inagibile, ma resta bellissimo. I ragazzi hanno ricominciato a vedersi nelle nicchiette della scalinata di san Bernardino. Il corso è affollato: la gente dell’Aquila sa che “bisogna” tornarci, e ci torna, la sera. Durante il giorno no, ci sarebbe poco da fare: abbassate le serrande, gli esercizi commerciali, gli studi professionali, le sedi di banche e grandi magazzini sono in restauro o desolati. Un pub aperto qui, una chiesa là, per strada c’è chi offre un gelato o una crepe. C’è chi accetta l’alea della cultura, e organizza coraggiose rassegne di musica e teatro… Non basta. Non basta allestire baracchette in piazza del mercato per riportarci la vita, la quotidianità, la consuetudine. E’ spettacolo anche quello, messa in scena di quel che potrebbe essere ma che la logica dei grandi eventi – e l’incomprensione totale di cosa sia una città da parte di chi era al timone del Paese, allora, succube e complice della sua cricca – ha portato su un’altra strada. Svuotando il centro e costruendo una città di sole periferie.

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Disperante, ma mai arrendersi alla disperazione. Si può cambiare direzione, forse si è ancora in tempo. Chi ama l’Aquila, sarà ottimismo sentimentale, non può pensarla in altro modo; lo stesso devono provare i cittadini che tornano al centro, sera dopo sera. Ricominciare da capo. E dagli aquilani, soprattutto.

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