Deportati perché sospetti, 100 anni dopo

La mostra ormai è chiusa, peccato. Peccato davvero perché nella scuola elementare di Mezzolombardo è stata esposta per quindici giorni una piccola rarità. Un pezzo di storia dimenticata, resa viva dalle straordinarie fotografie di un internato. “L’altra guerra. Trentini internati a Katzenau, 1915-1917”, a cura della Biblioteca intercomunale.

Centanni dopo, forse, si può nominare la deportazione di circa duemila trentini nei dintorni di Linz, in Moravia. Senza processo, solo perché sospetti e dunque politicamente infidi in un territorio che sarebbe stato teatro del conflitto, queste persone – molti erano di Mezzolombardo o Mezzocorona – furono sradicate e deportate per ben due anni in un ex campo di prigionia, prigionieri anch’essi. C’era chi era stato accusato di non aver esposto la bandiera imperiale, insegnanti che non avevano consegnato le chiavi della scuola agli ufficiali che volevano organizzarvi un ballo, donne di non specchiata fama, persone che avevano cognati italiani. Prove inoppugnabili le chiacchiere da bar, la testimonianza di vicini invidiosi o approfittatori. Nulla, insomma, come denunciò Alcide De Gasperi nel giugno ’17.

Davvero straordinari gli scatti del fotografo Enrico Unterveger con un apparecchio contrabbandato di nascosto nel campo di Katzenau: ottantacinque foto ricavate dalle lastre 9×12 che fortunosamente Unterveger riuscì a far uscire dal campo. Sono il pregio della mostra, insieme alla testimonianza di canzoni, oggetti di artigianato, documenti provenienti da quel campo.

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La mensa comune, le baracche sotto la neve, un bambino che gioca. La coda per il cibo, le cucine, l’arrivo di una nuova famiglia. Sembrano in posa i deportati, e certo lo sono, la macchinosità dello scatto non ha nulla di spontaneo. C’è invece complicità, e anche orgoglio: si moriva di fame e di freddo, ma la ragazza che si pettina seduta sul pagliericcio è vestita con decoro e ha una grazia ingenua. Il vecchio con la barba sembra il capo morale degli internati. Il lavoro nelle botteghe o negli spazi comuni è ben ordinato, l’uomo con la pipa di ceramica ha un ghigno che sembra uno sfottò. Un piccolo tesoro conservato presso il Museo del Risorgimento di Trento.

Katzenau significa “landa dei gatti”, in trentino “ischia” (dei gatti). Una striscia di terreno sabbioso lungo un fiume che a volte esondava con effetti catastrofici. A vessare gli internati, oltre alla fame e il freddo, il dispotismo del comandante del campo, il barone Reicher, che ordinava per iscritto di restare in baracca dalle 6 di sera, vietava di gridare e di sussurrare, di raccogliere erbe dal prato e frutta dagli alberi, di bruciare la paglia dei materassi per scaldarsi, di possedere fotografie, valute austriache o estere. E libri: “allo scopo di constatare se nell’accampamento trovansi libri inammissibili” ordinava di portarli tutti, tranne i libri di devozione e i testi scolastici ufficiali, alla revisione dei militari. Particolarmente “inammissibili” “Cuore” e “Ricordi di infanzia e di scuola” di De Amicis, “Il viaggio per l’Italia” di Collodi, “Piccolo mondo antico” di Fogazzaro, “In collegio” di Vertua-Gentile.

Naturalmente i libri furono nascosti con più cura, come le lettere e le notizie da casa. I giornali arrivavano nelle lattine di cibo conservato. E dal campo uscirono anche quel centinaio di foto in mostra nelle scuole elementari di Mezzolombardo. Speriamo si possano vedere ancora.

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