Axum e le stragi

Ci sono voluti sessantotto anni per restituire una preda di guerra. Quasi settanta anni e una mobilitazione di piazza. L’ho conosciuto così Massimiliano Santi, che oggi pubblica “La stele di Axum, da bottino di guerra a Patrimonio dell’Umanità” (introduzione di Angelo Del Boca, Mimesis). Allora era un giovane consigliere provinciale di Rifondazione che dalla sua postazione “di potere” provava a cambiare le cose. Questa anche lui l’ha cambiata.

E’ il trattato di pace del 1947 che impone all’Italia di restituire all’Etiopia tutti i beni razziati dai colonialisti, Leone di Giuda e stele di Axum compresa. L’Italia se la cavava con poco: non ci fu nessun processo contro gli eccidi e le stragi (cinquecentomila persone, molti i civili), siano quelli con i gas (tonnellate di iprite e fosgene), siano quelli di rappresaglia. Come quella lanciata contro la popolazione inerme per vendicarsi del lancio di due bombe a mano contro il vicerè Rodolfo Graziani e altri dignitari italiani etiopici. Tre giorni di sangue che lasciarono sul campo duemila persone, tra cui tutti i monaci cristiani del convento di Debra Libanos, trecento, e i diaconi, ragazzetti di tredici-quattordici anni, oltre agli sfortunati pellegrini. Tra le vittime privilegiate, cantastorie indovini e stregoni, cioè i detentori della cultura, delle tradizioni e della storia degli autoctoni.

Della cultura e della storia di Etiopia fa parte anche la stele di Axum, che oggi ha dismesso i panni di obelisco minore in via di Porta Capena – avrebbe dovuto essere il simbolo orgoglioso della terra conquistata dall’Italia davanti al ministero delle Colonie, poi mutato in sede della Fao – ed è tornata a far parte del sito archeologico d’origine, insieme alle altre steli funerarie. Certo il sito dovrà essere ancora oggetto di studi e ricerche, ma il suo senso la “nostra” stele lo ha certo ritrovato.

Nel libro di Santi la lunga diatriba, la ricerca della conferma delle carte, dei documenti, sul viaggio di andata e ritorno del monolite di granito, con la sua falsa porta intagliata e la sua forma di grattacielo stilizzato. Un rosario di ipocrisie, omissioni e malafede che ha accompagnato il dibattito; fatti salvi Moro e Scalfaro, nel centrodestra pochi hanno condiviso la necessità scritta in un trattato di pace di restituire un bene trafugato. E che il libro registra puntigliosamente, fino alla solenne cerimonia di reinsediamento della stele ad Axum, il 4 settembre 2008. La “riscoperta di Axum è stata celebrata anche a Parigi, nel 2009 presso l’Unesco.

Nascondendosi dietro un luogo comune infido (“ormai fa parte del nostro paesaggio urbano, la sua presenza è storicizzata”) e un razzismo implicito (“meglio che resti qui, laggiù non sapranno come manutenerla”) a lungo i neofascisti hanno cercato di impedirne la restituzione. Senza accorgersi che nel tentativo di sacralizzare le decisioni di Mussolini e dei suoi emissari non facevano altro che riportare alla luce episodi dimenticati e negati di disumanità e orrore.

Sono i vincitori a scrivere la storia, è vero. In Africa orientale, però, l’Italia ha perduto la sua partita. E continuerà a perderla se non ci farà i conti, se continuerà a pensarsi come la nazione dal colonialismo buono,  che salva Bilbolbul. Sul Giornale d’Italia il 7 febbraio 1923 il deputato Italo Capanni, certo non tacciabile di intesa con le sinistre, scriveva: “Fu quello degli ultimi decenni in Eritrea un governo di arbitrio e corruzione dell’elemento indigeno che il Governo manovrava a mezzo dei sui confidenti… perché (stupefacente e umiliante) il madamismo e l’efebismo imperano in alto e in basso… Asmara è diventata Roma della decadenza, con i suoi pretoriani corrotti e corruttori”. Dopo le stragi, lo è rimasta.

L’Etiopia continua a chiedere invano, fin dal ’47, l’aeroplano del Negus. Il monoplano triposto è stato costruito in Etiopia da dieci operai della tedesca Junkers nel 1935 per Hailé Selassié, oggi è probabilmente custodito – ma non esposto – dal museo storico dell’aeronautica miliare di Vigna di Valle, a Bracciano. Anch’esso preda di guerra, anch’esso non valorizzato e quasi dimenticato in Italia. Eppure, testimone storico e simbolo, per l’Etiopia è prezioso: il primo aereo costruito in Africa.

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