Calamità nazionale

Era prevedibile, era previsto. Ma ora si piange. Passata la pioggia, spazzata via l’acqua, tornati a casa gli alluvionati si continuerà a ballare sul ponte del Titanic. E’ quel che accade da decenni: tutti a piangere e a strapparsi i capelli quando piove, e i fiumi esondano, e si allagano le pianure alluvionali costruite in prezzo del pericolo (pianure alluvionali vorrà ben dire qualcosa, ma pochi se ne danno pensiero). Lo stesso avverrà quando le prossime mareggiate strapperanno lembi di spiagge e faranno franare le ville costruite in pizzo all’arenile. Quando la neve si ammollerà per il caldo e inizieranno le valanghe. Quando la siccità brucerà le campagne e i fruttivendoli alzeranno ancora il prezzo di zucchine e pomodori (che si alzano facilmente e poi non si abbassano mai).

Non è fatalismo, è incuria. Se si devastano i territori, senza preoccuparsi che il suolo impermeabile non riesce ad assorbire la pioggia, quell’acqua finirà nei rivi e nei torrenti e nei fiumi che si ingrosseranno. Se si tagliano i boschi si aiuta la siccità: non subito, certo, ma più avanti. Se si costruisce selvaggiamente, selvaggiamente la natura reagirà. E’ questa la vera calamità nazionale.

Lo dice persino il ministro dell’ambiente Andrea Orlando: «Noi seguiamo tutte le emergenze legate al dissesto idrogeologico di questi giorni ma il problema è uscire dalla logica dell’emergenza e per farlo ci sono diversi interventi da attuare. Uno stop al consumo del suolo, c’è una legge che in prima lettura in Parlamento e ha iniziato il suo iter, una seria politica di riprogrammazione delle risorse spostandole il più possibile dall’emergenza alla prevenzione, e un sostegno alle attività che svolgono manutenzione del suolo». Scommettiamo che, finita l’emergenza, quella legge continuerà a ronfare nei cassetti parlamentari? Così si vive oggi in Italia: invece di sanare, restaurare, riconvertire si butta cemento su cemento: è più rapido, più facile, le norme si aggirano più facilmente. E c’è ancora chi, nel regno dell’abusivismo, si lamenta dei lacci e laccioli delle normative edilizie.

Capiamoci: massima solidarietà a chi si ritrova nel fango, fuori casa e devastato dai danni. E’ sperabile diventi il più accanito difensore dello stop al consumo di territorio. Ma intanto dovremmo tutti farci un esame di coscienza. Senza di ché quei morti non hanno colpevoli, se non la fatalità. Chi l’ha prodotta, quella fatalità, neanche se ne sente colpevole: non è la furbizia il gene italico? Chi ha costruito dove non doveva, gli amministratori che non hanno messo in sicurezza il territorio scegliendo attività elettoralmente più utili, si autoassolve, anzi non apre neppure il fascicolo. Nemmeno quando è direttamente coinvolto: potrebbero farci un pensierino in Veneto, territorio devastato in nome del profitto e del “padroni in casa nostra”. Fino alla calamità nazionale, allora il padrone torna lo stato Pantalone. Colpevole anche lui, intendiamoci, per mancato controllo o complicità. Ma non da solo.

(Nella foto un murale di Alice)

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