La linea rossa

Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente…”. Bello il titolo dell’ultimo libro di Vezio De Lucia, il cui “primo amore” è l’urbanistica, ma che si guarda bene dal lasciare ogni speranza, che l’”etterno dolore” potrebbe cessare, volendo. Riformista impenitente, a una critica senza indulgenze De Lucia aggiunge proposte. Radicale l’ultima, quella che chiude “Nella città dolente. Mezzo secolo di scempi, condoni e signori del cemento”, (Castelvecchi editore, 230 pgg,, 19 euro). Un “provvedimento statale che azzeri tutte le previsioni di sviluppo edilizio nello spazio aperto e obblighi a ridisegnare gli strumenti urbanistici indirizzandoli alla riqualificazione degli spazi degradati, dismessi o sottoutilizzati”. Una invalicabile linea rossa attorno alla città costruita per contenerne il gigantismo, un’attenta valutazione sulla riedificazione e la riqualificazione della città moderna.

Ricetta drastica, fin quasi draconiana. Le ragioni dell’indispensabile severità sono tutte nel libro, che ricorda i fallimenti delle battaglie contro gli immobiliaristi, contro la rendita fondiaria. Battaglia lunga un secolo, che trovò un punto di svolta nella vicenda di Fiorentino Sullo, ministro democristiano all’inizio degli anni ’60, governo Fanfani. Caldissimo era il problema della casa, persino i governi dc si ponevano il problema di fare case, tante case a basso costo. Come abbassare i costi? Eliminando l’onerosa fetta di prezzo del suolo edificabile. Dunque, esproprio generalizzato e preventivo delle aree edificabili. Di tutte le aree edificabili, la cui proprietà sarebbe passata ai comuni. Una rivoluzione.

All’inizio passò quasi in sordina. Il testo fu presentato a Camera e Senato, fu discusso in convegni e incontri. Ma quando i proprietari fondiari capirono, sguinzagliarono le loro truppe, i fascisti e i liberali. Bastò una modesta campagna di stampa al grido di “vi vogliono togliere la proprietà della vostra casa”, bugiarda ma efficace. E anche i colleghi democristiani si affrettarono a scaricare lo scomodo ministro, che cominciò allora a scendere le scale della carriera politica, un gradino dopo l’altro. Fino a una quasi completa damnatio memoriae. E c’è chi legge nel Piano Solo, il tentativo di colpo di stato nel ’64, la reazione dei grandi interessi toccati dalla quella riforma. Da allora di riforma urbanista – come di urbanistica tout court, del resto – si è parlato talvolta, malvolentieri. Ma nulla è stato fatto.

Roma, Venezia, Napoli, Firenze, Bologna, Matera, Torino, l’Aquila: il focus sulla rovina delle splendide città d’arte racconta tutta la storia urbanistica dell’ultimo secolo, dalla Bucalossi alla Galasso all’urbanistica contrattata, prima di arrivare alla cura Berlusconi, la mazzata finale di condoni, incuria e devastanti grandi progetti, con la regia della proprietà fondiaria e dei grandi costruttori. “E’ il passaggio di una parte della città pubblica al privato” nota il giornalista Erbani, e porta ad esempio il cantiere del parcheggio romano di via Giulia. Lì sono stati trovati notevoli reperti archeologici, così il progetto per il parcheggio è stato rimodulato e ampliato. Oltre agli spazi per le auto, 20 appartamenti, un ristorante, un urban center in cambio della gestione del reperti: tutto privato. Che ci guadagna la città da quest’altra iniezione di cemento?

Già, che ci guadagna? Che ci guadagnano i centri storici, impoveriti di abitanti e arricchiti di uffici? Che ci guadagnano i cittadini nel vivere in città faticose, rumorose, povere di trasporto pubblico, senza una visione? In cinquant’anni sono state sfigurate le città costruite in cinquemila anni, è ora di dire basta. Ecco dunque la proposta, la linea rossa, lo stop all’uso di nuovo suolo strappato all’agricoltura: “Se non ci sono strumenti e risorse per porre rimedio a decenni di sviluppo urbanistico insensato – conclude De Lucia – nulla impedisce intanto di dire basta. Approvando subito una disposizione per fermare lo sperpero del territorio, una disposizione che assuma oggi la stessa importanza che cinquant’anni fa doveva avere la riforma di Fiorentino Sullo. Ma stavolta non dovremmo mancare l’obiettivo, e il consenso è troppo vasto perché qualcuno pensi a un colpo di stato”. Bisognerà aspettare, temo: il ministro alle Infrastrutture e Trasporti del governo Letta è Maurizio Lupi. Firmatario nel 2006, dice De Lucia, “del più terrificante testo di controriforma urbanistica che si possa immaginare”. Allora fu fortunatamente fermato, per ora non c’è da ben sperare. Per ora.

Il cambiamento elettorale di molte città – Roma prima di tutte – potrebbe invertire la tendenza. Ci vorrà tenacia, lucidità, intelligenza. Ci vorrebbe anche l’intervento della politica nazionale, si uscisse dalle secche di questi tempi. Ci vorrebbe.

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