Là dove c’era l’erba

Conferenza urbanistica partecipata, assemblea fitta, attenta, emotiva. Occasione, ieri alla Casa dell’architettura, per guardarsi in faccia e confrontarsi. Un confronto duro, senza sconti ma senza sottintesi, uno di quei momenti buoni capaci di portare a sintesi, forse, un conflitto.

Il conflitto c’è tutto, e il moderatore Giuseppe Pullara ne è cosciente prima ancora di cominciare. Così chiama a parlare alternativamente l’una e l’altra parte. Di qua gli estensori e i difensori del disegno di legge Realacci (no, Ermete non c’è, ci sono il senatore Roberto Della Seta e Eduardo Zanchini di Legambiente, Stefano Landi del Wwf, oltre all’ex assessore romano all’urbanistica Domenico Cecchini), di là i critici, come il giurista Paolo Maddalena, gli urbanisti Vezio De Lucia e Paolo Berdini, l’ex sindaco Domenico Finiguerra, Massimo De Rosa neoeletto M5s.

Il conflitto c’è, ma c’è anche un punto comune da cui di parte. Il consumo di territorio, bene non rinnovabile, va fermato: “Fermiamo la cavalcata del cemento – si appella accorato Finiguerra – fermiamola ora che il mercato dell’edilizia è in crisi. Diamo ai sindaci il modo di resistere, di tenere in piedi la comunità senza svendere la terra. Stanno per costruire 180.000 metri quadrati accanto a Villa Adriana, se anche gli oneri concessori fossero venti volte più alti è un affronto inaccettabile alla storia e al paesaggio”. E’ questo il nodo, infatti, del testo Realacci: “E’ il popolo che ha il potere sovrano di decidere l’uso del territorio – dice Maddalena – in origine la proprietà è collettiva e comune, la legge consente l’uso privato “ne determina i modi di acquisto e di godimento e i limiti allo scopo di assicurare la funzione sociale e renderla accessibile a tutti”, dice la Costituzione: lo jus edificandi è un diritto collettivo. Ora l’Italia è in pericolo, va fermata la cementificazione del suolo agricolo. L’unica ricchezza che abbiamo è la bellezza del paesaggio”.

Vogliamo puntare sulla rigenerazione urbana, dicono i rappresentanti di Legambiente e Wwf: vogliamo che si paghi il diritto a costruire, per questo gli oneri concessori sono triplicati. E chi può essere contro al recupero e al riuso? Lo stato, i comuni smettano di pagare affitti folli ai privati e riusino scuole e caserme in dismissione, dice il parlamentare De Rosa: il residuo sia messo a bando con progetti culturali biennali. Ma il consumo di suolo va azzerato, il demanio non va più svenduto.

E’ vero, la necessità di combattere contro un testo di legge che molti giudicano un pericoloso passo indietro è meno cogente, dopo l’approvazione del disegno di legge governativo sull’uso del suolo che blocca tutto per tre anni. Ma stiamo attenti, dice De Lucia: “nel testo Realacci si incentiva l’uso di suolo agricolo, non è certo l’aumento degli oneri di concessione che ferma gli speculatori, anzi: i comuni dissanguati dai tagli possono trovarvi risorse urgenti. Gli altri strumenti, come la perequazione, sono strumenti di espansione, come dimostra il piano regolatore di Roma. Si vorrebbero riproporli a tutt’Italia”. Resta clamorosamente incongrua comunque, nell’iniziativa governativa, il trasferimento delle competenze su urbanistica e paesaggio al ministero dell’agricoltura.

“Non siamo i paladini dell’esproprio – dice Paolo Berdini – ma lo stato deve tutelare i diritti di tutti. Bisogna finirla con la rendita parassitaria, con la finanziarizzazione dell’industria delle costruzioni. Basta con l’urbanistica contrattata, con i privati che propongono e il comune che cerca di mitigare. Abbiamo un patrimonio abitativo gigantesco, è ora di dire basta”. Anche perché se si costruisse per le persone, si farebbero case popolari, a fitto sociale e calmierato. Ma invece si costruisce per le banche, massimo profitto e pazienza se non si vendono subito, subito producono valore e finanza.

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